Il doge Orderlafo Falier (1102.1118)

Particolare della  Pala d’Oro* - San Marco - Venezia

 

 

I MILLE ANNI

DELL’IMPERO BIZANTINO

TRA INTRIGHI COMPLOTTI

    E COLPI DI STATO

 

MICHELE E. PUGLIA

 

 

CAP. IX

 

LA NUOVA DINASTIA

DEGLI  ANGELO

CREA

LE PREMESSE DEL

PERIODO

LATINO-FRANCESE

 

 

 

SOMMARIO: L’IMPERATORE ISACCO AMANTE DELLE RICERCATEZZE AFFRONTA GLI INVASORI SICULO-NORMANNI;  BULGARIA E SERBIA ACQUISTANO L’UNITA’ NAZIONALE DOPO IL COLPO DI STATO DI ALESSIO III; I CAPI DELLA QUARTA CROCIATA CAMBIANO DIREZIONE RECANDOSI A COSTANTINOPOLI: “MAI OCCHIO UMANO AVEVA VISTO UNA CITTA’ COSI’ BELLA”; I CROCIATI REINTEGRANO ISACCO E IL FIGLIO ALESSIO NELL’IMPERO; IL COLPO DI STATO DI ALESSIO DUCAS MURZUFLO LA PRESA DI COSTANTINOPOLI DA PARTE DEI CROCIATI E LA DIVISIONE DEL BOTTINO;  BULGARI E SERBI ACQUISTANO L’UNITA’ NAZIONALE DOPO IL COLPO DI STATO DI ALESSIO III; LA DIVISIONE DELL’IMPERO SECONDO IL SISTEMA FEUDALE BALDOVINO I ELETTO IMPERATORE; IL NUOVO IMPERATORE ENRICO FRATELLO DI BALDOVINO I; AI TRE SUCCESSORI DELL’IMPERATORE DI COSTANTINOPOLI SI AGGIUNGONO GLI IMPERATORI DI NICEA E DI EPIRO; ANTAGONISMO TRA L’IMPERATORE VATATZE E TEODORO D’EPIRO DEMETRIO PERDE IL REGNO DI TESSAGLIA COMPARE UN FALSO BALDOVINO; SUCCESSIONE DI BALDOVINO II CON LA TUTELA DI GIOVANNI DI BRIENNE E DI TEODORO LASCARI; MICHELE PALEOLOGO INIZIA IL SUO CAMMINO PER IMPADRONIRSI DEL TRONO IMPERIALE.

 

 

 

*) Il doge Oderlafo Falier e l’imperatrice Irene (riprodotta nel Cap. VIII P. I de I Mille Anni ecc.) tra le immagini di santi, sono le uniche figure imperiali contenute nella Pala d’Oro (Canal&Stamperia Editrice, Venezia, 1994). La Pala era stata data in garanzia a Venezia a copertura del prestito di millecinquecento libbre d’oro, fatto dall’imperatore Manuele v. Cap.VIII p. III “Andronico I il tiranno, la vita come un romanzo gotico”.

 

 

 

 

L’IMPERATORE ISACCO

AMANTE DELLE RICERCATEZZE

AFFRONTA GLI INVASORI

SICULO-NORMANNI

 

 

 

N

el precedente capitolo dedicato alle vicissitudini di Andronico I e alla sua drammatica fine (Cap. VIII, P. III), abbiamo visto emergere i primi esponenti della nuova famiglia degli Angelo, e in particolare di Isacco, dal quale Andronico aveva mandato Stefano Agiocristoforita per   arrestarlo per poi ammazzarlo; ma Isacco era riuscito a salvarsi sferrandogli un fendente con la spada, che gli tagliava la testa e dandosi alla fuga. Si era recato in città, dove involontariamente, con le sue urla, aveva fatto radunare la folla, da cui era partita la feroce rivolta contro Andronico I.

Con la sua morte il trono imperiale rimaneva vacante e si doveva eleggere il nuovo imperatore: vi era un vuoto di nomi; l’unico che emergeva era quello dell’uomo che aveva urlato di aver ucciso Agiocristoforita: l’uomo giusto, che si era trovato al posto giusto: e Isacco Angelo era stato acclamato imperatore (1185).

Isacco, al momento dell’acclamazione, aveva trent’anni, amava il fasto, il vino e le donne, il circo, la caccia e si dava ai sollazzi per i quali si consuma tempo e danaro; amava la buona carne e la sua tavola sontuosa era servita con lusso, aveva scritto Niceta; su di essa si vedevano montagne di pane, foreste di selvaggina, un mare di pesci, un oceano d vino. Ogni giorno vestiva un costume nuovo; ogni due  faceva il bagno; si profumava e appariva come un sarcofago; si pavoneggiava come un pavone orgoglioso come un giovane sposato che usciva dalla camera nuziale, tanto che il sole si levava nel suo splendore, in mezzo a una corte di mimi, buffoni e chanteuses”.

Per il danaro faceva tutto ciò che si poteva far di peggio: alterando le monete, aumentando le imposizioni, vendendo le magistrature; avido di denaro e dissipatore delle sue rendite, non fu amato se non per essere succeduto al crudele Andronico.

Con queste sue naturali predisposizioni, per poter reggere l’impero, mancandogli l’attitudine a governare, aveva trovato chi lo fecesse per lui; era suo zio materno Teodoro Castomonite, preteso filosofo, abilissimo nelle imposizioni fiscali, che erano state affidate a lui; egli era in simbiosi con l’imperatore e questo a sua volta adottava tutte le sue idee. Teodoro soffriva di gotta e si faceva trasportare  dall’imperatore in lettiga; l’avarizia lo aveva spogliato di ogni sentimento di umanità e la malattia lo aveva privato della ragione. Preso da delirio per la propria grandezza, si esauriva in poco tempo, dando segni di pazzia.

Fu  sostituito con un giovane appena uscito dal collegio che acquistava più autorità di Costamonite, nascondendo la sua ignoranza sotto un’aria di profonda riflessione; disponeva di affari di guerra che non aveva mai veduta, della scelta di generali, della marcia di eserciti, dell’ordine e della disciplina delle truppe; suppliva ai lumi che gli mancavano, con bei concetti che tenevano a bada il principe, non meno ignorante di lui. Si era reso talmente arbitro del palazzo che nessuno osava accostarsi all’imperatore senza il suo permesso, ed egli lo accordava soltanto alle sue creature. Questo giovane ministro si sostenne con la fedeltà, consegnando all’imperatore tutto ciò che prendeva ai sudditi; poiché l’imperatore era avido anche dei piccoli doni, aveva sempre le mani aperte, non solo per ricevere oro, argento e gemme ma anche cacciagione e frutti.

I primi giorni erano stati i più belli per il nuovo imperatore che aveva distribuito elemosine, richiamati gli esiliati, aperto le prigioni e indennizzato coloro che erano stati espropriati, tutto a spese del Tesoro. Rimasero fuori da tutta questa grazia i soli due figli di Andronico, Giovanni, secondogenito, il quale somigliava troppo al padre e per questo era stato preferito al primogenito; gli furono strappati gli occhi e moriva dissanguato; anche il primogenito Emanuele  che si era sempre opposto agli ordini insensati del padre, fu privato degli occhi, ma rimase vivo.

Si era presentata la necessità di far fronte a una invasione da parte dei siculo-normanni che durante la rivolta contro Andronico erano sbarcati senza trovare resistenza e l’imperatore aveva affidato la guerra al fratello Alessio, che aveva nominato Cesare (il quale prendeva il nome dei Comneno), e il comando dell’esercito lo aveva il generale Alessio Branas, prode guerriero, che si scontrava con i siculo-normanni, riprendendo  la città di Mosinopoli da essi occupata.

I siculo-normanni erano al comando del generale Arduino, al quale Isacco aveva scritto una lettera piena di minacce, e Arduino gli aveva risposto per le rime, dicendogli che era un principe fannullone, che non aveva mai portato la corazza e che la sorte aveva elevato al trono come il vento alza la polvere.

I siculo-normanni abbandonando la città, si diressero verso Anfipoli dove avevano altre truppe, che subirono un’altra strage e furono inseguiti fino alla città di  Strimone; quivi si disposero nel piano di Demetrize per affrontare i greci. Essi però, avevano mandato dei messi chiedendo di trattare la pace; Branas, pur  mostrandosi disposto ad accettarle, mentre si stavano svolgendo, faceva attaccare i siculo-normanni, facendo prigionieri i fratelli Baldovino e Riccardo Cerra, (questo, cognato del principe Tancredi), e lo stesso Arduino. Una parte di siculo-normanni, si era rifugiata in Tessalonica, una parte era riuscita a imbarcarsi, prendendo il largo, ma furono colti da una tempesta e solo in pochi riuscirono a salvarsi rifugiandosi nella Propontide; una parte si era rifugiata nella città di Durazzo. La perdita dei siculo-normanni era stata di duecento vele e quattordicimila uomini dei quali, quattromila erano stati portati prigionieri a Costantinopoli e lasciati senza nutrimento, erano stati fatti morire di stenti; questa carneficina era stata voluta da Alessio Comneno, che pur essendo stato privato degli occhi da Andronico, aveva mire imperiali, era stato inseguito e arrestato.

Il re Guglielmo II (1154- 1189),  che aveva visto scomparire in una maniera così disumana la sua armata, aveva scritto una lettera all’imperatore con la quale si lamentava per tanta disumanità usata nei confronti di cristiani, particolarmente per i prigionieri fatti morire di stenti, ai quali avrebbe potuto dare una morte meno barbara, con un’esecuzione immediata.

Ma questi  rimproveri non avevano fatto nessuna impressione a Isacco il quale, volendosi vendicare di Arduino  dal quale si era ritenuto insultato, aveva disposto la comparizione davanti a lui, e  per far risaltare la sua vendetta, aveva convocato l’intera Corte e si era ricoperto di oro e di gemme. Il generale siciliano condotto in sua presenza, si era presentato a capo scoperto e in piena umiltà e l’imperatore sdegnato gli disse: “Che pretendevi di fare, sciagurato, violando il rispetto dovuto a un sovrano, anche se nemico. Se un vantaggio di pochi momenti autorizza una tale audacia, giudica quali diritti mi dà su di te una completa vittoria”. 

Arduino, più accorto gli aveva risposto “Grande imperatore, confesso il mio delitto. Tocca solo alla maestà vostra non lasciarsi abbagliare dai favori della fortuna, giacché la vostra saggezza è di gran lunga superiore. Conosco finalmente che far la guerra alla maestà vostra è un combattere contro il cielo. Percuotete un reo. Io non piango la mia morte; tutta la mia disperazione è di aver conosciuto troppo tardi che Isacco è il più potente, il più saggio e invincibile monarca dell’universo”.

Isacco era facile all’adulazione che più eccedeva, più era penetrante, perché si avvicinava all’idea che egli aveva di sé stesso. Mosso dalle parole di Arduino, che potevano essere piuttosto un ironico insulto, gli concesse la libertà e lo ricoprì di doni. Ma fece anche di più: aveva dichiarato in assemblea, che durante il suo regno non avrebbe fatto perdere la vita, né gli occhi, né alcun membro a nessun reo, anche se questo avesse congiurato contro lo Stato o contro il principe; era andato però, troppo oltre e si era poi corretto, mettendosi poi sullo stesso piano di Androuico.  

L’esempio di Isacco che senza alcun merito era divenuto imperatore, aveva suscitato  l’ambizione di Alessio Branas che era molto stimato dalle truppe, particolarmente da un grosso corpo di ausiliari alemanni, particolarmente disposti a servire chi li pagasse meglio, oltre ai molti malcontenti che si trovavano a Costantinopoli, che si sarebbero uniti a una rivolta.

Con un progetto così mal concepito si era  recato nella chiesa di santa Sofia e aveva arringato il popolo riunito, dicendo: “Valorosi cittadini, salvatemi la vita; ho difeso la vostra con tre vittorie; ho conservato la corona all’imperatore; nulla ho fatto senza i suoi ordini; pure egli vuole punirmi per averli eseguiti. Questo principe, non meno ingrato che ingiusto, pretende di vendicare sulla mia testa il sangue che ho fatto versare ai siciliani, vostri nemici”. Ma queste parole non  producevano alcun effetto: erano state accolte con profondo silenzio.

La notizia aveva atterrito il timido imperatore il quale si affrettava a dire a Branas che gli perdonava e gli prometteva di dimenticare il suo delitto; Branas, ricevuto dall’imperatore, gli si gettava ai suoi piedi; ma mentre l’imperatore aveva dimenticato, Branas nutriva ancora l’odio e l’ambizione.

Isacco, per rendere magnifiche le proprie nozze, aveva dato incarico allo zio sebastocratore di caricare  con nuovi dazi e imposizioni le province dei Bulgari e Valacchi, che non accettarono queste vessazioni e si erano ribellati e avevano saccheggiato la Tracia; contro di loro era intervenuto Cantacuzeno, che era stato reso cieco da Andronico, il quale, invano era stato avvertito che una delle due ali aveva ceduto; ma si stava dirigendo ugualmente verso la sua morte, di cui non si rendeva conto, quando sopraggiungeva Branas che metteva in fuga i nemici e, imbaldanzito sollevava le sue milizie che  lo proclamavano imperatore, inoltrandosi fin sotto le mura di Costantinopoli; il popolo che lo aborriva, prestava aiuto alle milizie che difendevano le mura, lanciando pietre e frecce sugli assedianti, mentre il suo naviglio era bruciato col fuoco greco.

Corrado del Monferrato, che aveva sposato Teodora,  sorella  dell’imperatore ed era stato nominato Cesare; aveva il comando delle milizie e, patecipando al combattimento, (aveva duecentocinquanta cavalieri latini), si era scontrato con Branas che era stato ferito a una spalla e gli aveva chiesto quartiere; ma Corrado gli aveva risposto: Non temere, andrà via solo la testa; che gli fu tagliata dai suoi cavalieri (1187).

Isacco per festeggiare l’avvenimento, aveva offerto un lauto banchetto durante il quale la testa di Branas era stata fatta oggetto di villanie e di tiro alle frecce; e, carica di frecce, era stata portata alla sua vedova, la principessa  Eufrosine, nipote dell’imperatore Manuele, alla quale era stato chiesto se la riconoscesse, e lei aveva risposto: La riconosco e mi ritengo infelice (Niceta Coniata, Grandezza e catastrofe di Bisanzio, F. Valla, Mondatori, 1999 ).

Isacco pur avendo concesso il perdono ai ribelli, aveva consentito che il popolo andasse a saccheggiare ugualmente le terre di quelli che avevano sostenuto Branas; mentre Corrado, pur avendo i calzari purpurei, non gli davano alcuna possibilità di successione, poiché si annoiava a Corte, se ne partiva con i suoi Latini per la Palestina dove sarà assassinato a Tiro (1192); la moglie Teodora gli era morta prima della sua partenza.

 

 

 

BULGARI E SERBI

 ACQUISTANO

 L’UNITA’ NAZIONALE  

DOPO IL COLPO DI STATO

DI ALESSIO III

 

 

 

C

ome abbiamo visto, i Bulgari con i quali erano integrati i Valacchi (originari Traci, la Valacchia diventerà il regno di Dracula v. in Specchio dell’Epoca, Vampiri ecc. ), con l’aiuto dei Cumani, con i due fratelli principi Giovanni e Pietro Asaen, avevano attraversato il Danubio e devastato la Tracia e la Macedonia (1187). Isacco aveva deciso di affrontarli personalmente dopo aver radunato l’esercito ad Andrinopoli; ma i Bulgari e Valacchi evitavano i combattimenti diretti, in quanto la loro tecnica era piuttosto guerriglia che serviva a stancare il nemico. Essi infatti avevano cavalli leggeri ed erano liberi sui cavalli; la loro tecnica era quella di colpire e poi fuggire e inseguiti, girarsi all’improvviso, colpire e fuggire; con questo sistema avevano impegnato per diversi anni i greci, fino a quando non ottennero l’indipendenza.

In quest’anno (1187) Isacco li aveva inseguiti fino a Filippopoli e disperando di raggiungerli, aveva deciso di entrare in Bulgaria e compiere le devastazioni che essi avevano fatto in Tracia. Ma era inverno e per  la neve e il freddo Isacco, lasciate le truppe, se ne tornava alle feste e agli spettacoli di  Costantinopoli.

All’inizio della primavera (1188) Isacco tornava dalle sue truppe che attraversando la Tracia si impadronivano di Varna, distruggendo in gran parte Triadize e depredando Nissa, insediandosi poi a Filippopoli che era la città più esposta alle scorrerie, dove nominava governatore il cugino Costantino Angelo.

Questo era un giovane pieno di vigore che era già stato ammiraglio dell’impero, ed era seguito dai suoi soldati e temuto dai nemici, particolarmente, dai fratelli Pietro e Giovanni Asen;  disprezzava  Isacco, al quale si sentiva superiore e ispirava gli stessi sentimenti ai soldati e ai giovani ufficiali; così incoraggiato, Costantino Angelo indossava i calzari di porpora assumendo il titolo imperiale.

Aveva mandato suoi messaggeri a comunicare questa sua impresa, al cognato Basilio Vatatze, che si trovava in Andrinopoli e gli aveva scritto una lettera con la quale metteva in ridicolo questa sua impresa, distogliendolo da questo deplorevole progetto. Costantino ignorando questi suggerimenti, aveva pensato di portare Vatatze dalla sua parte e si stava recando ad Andrinopoli, quando proprio gli ufficiali che lo avevano sostenuto nella ribellione, lo arrestavano e incatenavano.  

Questi ufficiali presentatisi dall’imperatore, si erano giustificati  dicendogli che avevano finto di averlo sostenuto per non diventare sue vittime e il loro scopo era stato quello di consegnarlo a lui, come avevano fatto, dimostrandogli la loro fedeltà. L’imperatore accolse le loro scuse e fece cavare gli occhi a Costantino, ciò che aveva reso felici i principi Giovanni e Pietro Asen, che si sentirono liberati da un simile nemico; ed essi continuarono nei loro saccheggi, devastando il territorio di Filippopoli e Triadize, inoltrandosi fino ad Adrianopoli.

L’anno seguente fu ancora più infelice: Alessio Guido e Basilio Vatatze, a capo dell’esercito imperiale, erano disfatti ad Arcadiopoli; Guido riuscì a salvarsi dandosi alla fuga e Vatatze periva con i suoi.

Isacco aveva deciso di marciare personalmente contro i Bulgari e durante l’inverno stava preparando una grande armata e aveva fatto ricorso al suocero, re d’Ungheria e, dal suo tesoro aveva preso millecinquecento libbre d’oro e seimila d’argento e nel mese di marzo partiva, risoluto a domare definitivamente i suoi nemici, Bulgari e Valacchi. 

Ma costoro erano solo i nemici esterni; egli non sapeva di avere un nemico all’interno della sua famiglia, che era i fratello minore Alessio, che aveva tolto dalla cattività e gli aveva concesso di abitare nel palazzo del Bucoleon, a condizione che lasciasse il diritto di pedaggio del porto adiacente, che fruttava normalmente quattromila libbre d’argento.

Per il resto divideva con lui i suoi beni, la sua potenza e i suoi piaceri; ma questo perfido fratello aveva pensato di strappargli la corona; in segreto infatti, aveva formato un suo partito; ma Isacco che era stato avvertito, aveva preso la confidenza come una calunnia, inventata, per mettergli contro il fratello.

Era giunta la Pasqua e Isacco si era recato a Radesto, città marittima dove si festeggiava la Pasqua con una grande festa e dove si trovava un astrologo (riferiva Niceta) “che faceva stranezze mescolando parole ambigue, intramettendo qualche scipitezza ed era visitato da gran copia di pastori e marinai che lo interpellavano; alle donne esaminate le mammelle e maneggiati i talloni, pronunziava oscuri oracoli ed eseguiva le sue divinazioni con discorsi e gesti da pazzo; delle vecchierelle, sue parenti folli, ne spiegavano il significato. Costui  aveva accolto l’imperatore senza salutarlo, ma facendo strani movimenti e sulla sua figura dipinta sulla parete, con un bastone aveva cancellato gli occhi, e stava per togliergli anche il copricapo, quando Isacco, ritenendolo un pazzo, andava via. Ma quando era stato detronizzato vi era stato chi aveva notato che i suoi  segni premonitori non erano stati discordi” (Niceta si riferiva all’accecamento e alla perdita del trono).

L’imperatore si trovava nell’accampamento di Cipselle e si era preparato per andare a caccia e aveva fatto chiamare il fratello per accompagnarlo; ma Alessio aveva fatto sapere di essere indisposto. Durante l’assenza di Isacco, i congiurati proclamarono Alessio (III) imperatore (1195); i capi congiurati erano Teodoro Branas, Giorgio Paleologo, Costantino Raolo e Michele Cantacuzeno, tutti congiunti di Isacco e tutti quelli che erano stati ricolmati di benefici, erano passati dalla parte di Alessio che, togliendosi dal seno una immagine della Santa Vergine, la ringraziava per ciò che gli aveva concesso e montato su un cavallo bianco, con il suo seguito e il prigioniero, si recava a Stagira di Macedonia, distante cinquanta miglia.

Isacco, consegnato ai soldati, era stato portato a Costantinopoli dove gli erano cavati gli occhi, ed era rinchiuso in una prigione; successivamente trasferito in una torre della città, dove gli venivano somministrati una piccola porzione di pane e di vino, come si faceva con gli schiavi.

Isacco aveva avuto due mogli; della prima non si conosceva il nome ed era morta prima che egli fosse nominato imperatore, da lei,  aveva avuto un figlio, e due figlie; la maggiore era entrata in monastero; la miniore  Irene (o Maria o Cecilia), aveva sposato Ruggero, figlio di Tancredi di Sicilia; successivamente sposava (1185) Filippo di Svevia (fratello minore di Enrico VI); Isacco lo aveva adottato nella speranza di avere l’aiuto di Enrico VI, ma era assassinato nel 1208 e Irene moriva l’anno successivo.

In seconde nozze, Isacco aveva sposato Margherita, figlia di Bela d’Ungheria e di Agnese di Antiochia che non aveva più di dieci anni e secondo l’uso ortodosso, col nuovo battesimo aveva cambiato nome in Maria; dopo la morte di Isacco, Maria sposava il marchese Bonifacio del Monferrato, fratello di Corrado.

Alessio, nuovo imperatore, aveva per moglie Eufrosine Ducena (della famiglia Ducas) che aveva tutte le qualità brillanti di una principessa, in grado di far fronte alle necessità di un regno: aveva grazia, bellezza, coraggio virile, vivacità di spirito e una eloquenza efficace e piena di grazia; era inoltre portata per la politica, per la quale sorvolava sui principi dell’onore; indipendente da suo marito, dava ordini che a volte contrastavano con quelli che egli aveva dato; nelle udienze con gli ambasciatori, aveva un trono particolare, che superava in magnificenza quello dell’imperatore, con un superbo ornamento sulla testa e una collana di gemme splendenti. Nella sua abitazione, separata da quella del marito, l’imperatrice riceveva gli omaggi dei cortigiani e di tutti coloro che aspiravano a ricoprire le più alte cariche dello Stato. 

Eufrosine per l’arrivo dell’imperatore aveva corrotto senato, ministri, patriarca e clero, preparandogli un magnifico ingresso ed erano state lasciate aperte le porte del palazzo perché il popolo potesse avvicinarlo e l’imperatore si era lasciato vedere col volto tranquillo e sereno. Era poi seguita l’incoronazione in Santa Sofia; ma alla uscita dalla chiesa, un incidente occorso all’imperatore era stato ritenuto infausto pronostico: uscendo dalla chiesa, gli era stato preparato un bel cavallo arabo bianco, il quale, all’avvicinarsi dell’imperatore, aveva rizzato le orecchie e si era mostrato fremente, sollevandosi sulle zampe posteriori, ricusando ripetutamente il cavaliere; quando  con le carezze degli scudieri il cavallo si era calmato, l’imperatore era montato sulla sella, ma il cavallo avvertendo il peso, si impennava facendolo cadere  e la corona, cadendogli dalla testa, si spezzava; Alessio, risalito sul cavallo, si recava al palazzo.

Alessio, aveva assunto il cognome dei Comneno, rinunciando al proprio e preso dall’indolenza, a causa delle sue eccessive prodigalità, non aveva più denari per pagare i soldati e aveva lasciato che la Tracia fosse abbandonata ai saccheggi; il popolo si era sollevato urlando che “i Comneni erano estinti e gli Angeli erano una razza sterile”.

Erano appena passati tre mesi dalla sua nomina, quando emergeva un nuovo impostore della Cilicia che si faceva passare per figlio dell’imperatore Manuele, che chiedeva l’aiuto del sultano di Ancira, Masoud; il sultano, pur non prestandogli fede e pur di creare problemi all’imperatore, lo accoglieva e il falso Alessio, con l’aiuto dei Turchi riceveva delle truppe, al comando di un ciambellano, l’eunuco  Onopolite. Costui si era mostrato del tutto incapace e il falso Alessio, preso il comando delle truppe, aveva incominciato a saccheggiare i confini dell’impero, e, come sempre accadeva, essendo un giovane aitante, aveva trovato seguito nella popolazione, ma era finito assassinato da uno dei suoi ufficiali.

Mentre Alessio seguiva i suoi piaceri, chi conduceva l’impero era Eufrosine, che avendo suscitato l’invidia dei grandi, ed era stato riferito all’imperatore di una sua relazione con Basilio Vatatze, dalla bella figura e fornito di capacità seduttive pericolose, per una donna, che Alessio fece decapitare. Ma i grandi si accorsero di non aver raggiunto alcun risultato e la loro congiura aveva ulteriormente accresciuto il potere di un favorito, Costantino il Mesopotamita; fatto cadere questo ministro in disgrazia, essi ottennero la riconciliazione con Eufrosine e di questa con Alessio.

Uno strano racconto, che faceva riferimento alla infedeltà di Eufrosine, passata dagli amori alla magia, ci mostra come la cittadinanza di Costantinopoli, oltre che turbolenta, fosse dotata di spirito sarcastico; per ironizzare su Eufrosine e non incorrere nelle punizioni che come abbiamo visto, erano truculente, avevano fatto ricorso all’uso di “uccelli addomesticati” (probabilmente gazze indiane!);  degli uccelli erano stati addomesticati a ripetere parole ingiuriose contro Eufrosine; e dopo essere stati così addomesticati, erano lasciati volare in libertà,  senza che vi fossero punizioni contro gli autori !

Il disgusto generale aveva portato il popolo a proclamare imperatore, nella chiesa di Santa Sofia, Giovanni Comneno, detto il Grosso, ma la guardia imperiale aveva represso la sedizione e mozzato la testa al ribelle.

Tra i Bulgari era emerso un ufficiale di nome Ivan, accolto da Asan in familiarità, in quanto gli somigliava nella sregolatezza dei costumi e nell’audacia; il sebastocratore Isacco,  prigioniero dei Bulgari, lo aveva convinto a uccidere Asan, promettendogli in moglie la figlia Teodora e l’aiuto dell’imperatore a dargli il titolo di re. E Asan, di carattere violento, aveva affrettato la sua fine. Aveva scoperto che la propria sorella,  aveva una relazione con Ivan e ne era rimasto sdegnato, da farlo chiamare durante la notte; Ivan insospettito, aveva seguito il  consiglio dei suoi amici che gli consigliarono di portare una spada, nascosta sotto gli abiti; Asan appena lo vide divenne furioso e mise mano alla spada, ma Ivan fu più lesto con la sua e lo rovesciò a terra morto.

Il posto di Giovanni Asan era stato preso dal fratello Pietro: i Bulgari si erano impossessati della fortezza di Ternobe sulla cima del monte Hemus; Alessio, preso da negligenza, aveva mandato delle truppe, sotto il comando del primo scudiero Emmanuele Camize, il quale era  entrato in Bulgaria, ma quando la truppa seppe che doveva riprendere Ternobe, si rifiutò di andare oltre, in quanto molti dei loro compagni erano morti nella stessa impresa; molti dei soldati si dispersero e Camize se ne tornò in Costantinopoli,

Pietro San faceva la stessa fine del fratello, assassinato e lo sostituiva un altro fratello, Kalojanni, detto Gioannicio, molto ambizioso e desideroso di succedere ai fratelli;  egli   aveva preso contatti con il papa Innocenzo III, per far entrare la Chiesa bulgara in quella romana. Il papa aveva mandato un cardinale a Tirnovo, come primate  della Chiesa bulgara che a questo modo escludeva l’autorità del patriarca di Costantinopoli e fu firmato un trattato (1201) e Alessio non ebbe che da riconoscere formalmente il nuovo Stato bulgaro.

L’esempio della Bulgaria era stato seguito dalla Serbia: il gran joupan di Rascie, Stefano Nemanya era stato vassallo dell’impero fino alla morte di Manuele Comneno; con l’avvenimento degli Angelo, egli aveva sposato la figlia primogenita di Alessio, Eudossia;  aveva abdicato in favore del figlio Stefano e si era ritirato in un monastero; il figlio Stefano aveva preso come amante la matrigna e quando il padre era morto, aveva sposato Eudossia che, probabilmente per infedeltà, Stefano aveva scacciato dal palazzo. Era intervenuto il fratello Volk, che inviato Eudossia a Durazzo, prese le armi, scacciava il fratello e dopo aver ingrandito il regno conquistando il Montenegro e l’Erzegovina, seguendo l’esempio della Bulgaria, si rivolgeva a Roma ottenendo il titolo di re e facendo della Serbia un regno indipendente da Bisanzio (Lebeu-Crévier).

Sulle popolazioni degli Stati Balcanici, che in linea di  massima discendono dagli Slavi e questi, a loro volta dagli Sciti, sin dalla loro fondazione e poi a seguito della dominazione asburgica, e  ottomana, (a parte il periodo unificatore della Yugoslavia di Tito (*), per mero nazionalismo (**) ma anche a causa delle diversità religiose, latino-cattolica, ortodossa e islamica, quelle popolazioni sono sempre state in fermento e si sono combattute fino alla sanguinosa guerra del 1992 (***).

 

 

 

*) I sei Paesi (corteggiati dalla Russia!) sono: Slovenia (Lubiana), Croazia (Zagabria), Bosnia-Erzegovina (Sarajevo), Serbia (Belgrado), Montenegro (Podgorica), Macedonia (Skopje), attualmente divisa, parte in Repubblica della Macedonia del Nord e parte tra Bulgaria e Grecia.

**) Come aveva detto Roberto Benigni  “il nazionalismo è benzina che dà fuoco alle guerre”.

***) Non vogliamo essere pessimisti, ma l’attuale pace sembra forzata, a causa della Serbia che si basa sul principio, secondo il quale, dove vi siano dei serbi, sia Serbia! Tenuti a freno dalla richiesta di entrare a far parte (con l’Albania) della caotica, burocratica  e mal gestita  U. E. che non è più l’Europa Unita voluta dai Padri Fondatori, con capofila l’Ungheria, in cui ciascuno vuol far pre-valere la propria autonomia. In queste condizioni l’Europa rimarrà debole e decadente.

 

 

 

 

I crociati assaltano Costantinopoli

 

 

I CAPI DELLA QUARTA

CROCIATA CAMBIANO DIREZIONE

RECANDOSI A  COSTANTINOPOLI:

“MAI OCCHIO UMANO

AVEVA VISTO UNA CITTA’ COSI’ BELLA”

 

 

Nel presente articolo non saranno riportati fatti attinenti

alla  Quarta crociata già riferiti in  altro articolo

(Art. La prima e quarta crociata: un business per i veneziani);

in questa parte ci atterremo a tutto ciò che riguarda strettamente

la successione degli imperatori bizantini e francesi

del periodo dell’impero latino.

 

 

 

I

sacco Angelo, dopo dieci anni di regno, che avevano suscitato generale malcontento, era stato deposto  (1195), accecato e imprigionato assieme al giovane figlio Alessio, dal proprio fratello Alessio III (che si era dato il nome di Comneno, 1195-1203), ancora più incapace del fratello  e per giunta molle e vanitoso, il cui governo non aveva migliorato le sorti dell’impero che in otto anni era stato condotto alla completa rovina.

Nel 1201 il figlio di Isacco, Alessio, era riuscito a fuggire dalla prigione e si era recato con suo cognato a Zara dai crociati, chiedendo aiuto al doge Enrico Dandolo. il quale  intravedendo il grosso affare che si presentava e assicurava alla Repubblica prodigiosi benefici, aveva accettato, nonostante  il parere contrario di alcuni crociati.

Alessio si impegnava a versare la quota che doveva essere ancora versata ai veneziani dai crociati francesi; di fornire danaro e viveri per continuare la loro spedizione per la conquista dell’Egitto e mettere a loro disposizione un comntingente di mille uomini per la loro impresa; infine si impegnava, e ciò serviva  per ingraziarsi il papa, a ristabilire l’unione delle due Chiese. Erano promesse che tentavano i crociati e con le pressioni di Dandolo, di Bonifacio di Monferrato e del re di Germania, erano accettate.

Il papa  Innocenzo III aveva levato flebili proteste  che  non erano servite a bloccare la flotta dei crociati che giungeva davanti a Costantinopoli il 24 giugno 1203: la vista della città apparsa ai crociati al loro arrivo, è stata resa celebre dalla descrizione di Goffredo di Villeharduin, rimasti sbalorditi nel vedere una città di cui non avevano idea, rispetto alle loro costruzioni ancora in legno e delle numerose chiese che in Occidente incominciavano ad essere costruite in pietra. Villeharduin scriveva:

Dovete sapere che quando videro Costantinopoli che non avevano mai visto, non potevano pensare che potesse essere al mondo una città tanto ricca, quando videro le alte mura e torri così possenti dalle quali era chiusa tutt’intorno a cerchio e i suoi ricchi palazzi e le sue alte chiese, delle quali ve n’erano tante da non potersi  credere se non le avessero viste con i propri occhi; e la lunghezza e la larghezza della città che era superiore a  tutte le altre. E sappiate che   non vi fu uomo così ardito che non  fremesse e non era da meravigliarsi, che mai impresa  così grande non fu mai tentata da così poche persone, da quando il mondo era stato creato”.

Quella notte riposarono e il mattino dopo,  che era il giorno della festa di monsignor san Giovanni Battista, si fissarono i gonfaloni sui castelli delle navi e si tolsero le coperture agli scudi e si guarnirono i bordi delle navi. Ognuno esaminava le sue armi, che gli occorrevano come se avesse saputo con certezza che presto ne avrebbe avuto bisogno. I marinai levarono le ancore spiegando le vele al vento; e Dio dà loro buon vento, come loro occorreva e passano fin davanti alle mura e alle torri che contro di esse tirarono molte delle loro navi e sulle mura e sulle torri c’era tanta gente, che sembrava che fosse tutta lì convenuta. Allora il Dio Nostro Signore fece loro cambiare la decisione che era stata presa la sera, di dirigersi verso le isole ...

E approdarono davanti a un palazzo dell’imperatore Alessio ...  Questo palazzo era uno dei più belli e dei più deliziosi che mai occhio umano avesse potuto vedere, con tutte le delizie che si convengono agli uomini e che devono esserci nella casa del principe.

E i conti e baroni scesero a terra e presero alloggio nel palazzo e nella città intorno e la maggior parte montarono i loro padiglioni. Allora i cavalli furono tirati fuori dagli uscieri e i cavalieri e i sergenti scesero a terra con tutte le armi e così sulle navi rimasero solo i marinai. La contrada era bella e ricca e traboccante di ogni bene; e dei covoni di grano mietuto che erano in mezzo ai campi, ognuno ne prese quanti ne volle c come gente che ne aveva molto bisogno.

 Così rimasero il giorno seguente in questo palazzo, E il terzo giorno Dio dette loro buon vento e i marinai levarono le ancore e spiegarono le vele al vento, sicché andarono risalendo il braccio circa una lega sopra Costantinopoli, fino a un palazzo che era dell’imperatore Alessio e che si chiamava Scutari. Qui le navi, gli uscieri e tutte le galee gettarono le ancore.

... Così l’esercito dei francesi si accampò sul Braccio di san Giorgio a Scutari e più su. E quando l’imperatore Alessio vide questo, fece uscire il suo esercito da Costantinopoli e si accampò sull’altra riva di fronte a loro e fece montare i suoi padiglioni, perché quelli non potessero prendere terra con la forza contro di lui. L’esercito dei francesi soggiornò così nove giorni e chi ne aveva bisogno si procurò dei viveri, ed era l’intero esercito” (Geoffroi de Villeharduin,  La conquista di Costantinopoli. SE. Studio Editoriale Milano 1988).

 

 

 

L’IMPERATORE ISACCO E

IL FIGLIO ALESSIO

REINTEGRATI NELL’IMPERO

DAI CROCIATI

 

 

 

I

 crociati pensavano di essere ben accolti dai Greci, mostrandosi con il giovane principe e con il doge e il marchese di Monferrato sulla nave veneziana, alla popolazione che era sulle mura; ma la popolazione era invece favorevole all’altro Alessio (III), che appariva come difensore dell’indipendenza nazionale contro gli odiati Latini. Nelle trattative condotte da Conone di Bethun era stato fatto presente che era stato Alessio ad aver spogliato il fratello Isacco e il giovane figlio Alessio del trono, ma queste giustificazioni non erano state prese in considerazione e si dovette ricorrere alla forza.

I crociati occuparono la torre di Galata (alla quale erano collegate le catene che bloccavano il porto) e il Corno d’Oro che bloccava l’ingresso al porto e il 17 luglio 1203 per terra e per mare, con le navi che avevano dei ponticelli, che appoggiati alle mura, consentivano il passaggio dei soldati sulle mura, occuparono la città; ma il numero degli crociati era insufficiente rispetto alla popolazione in quanto per uno dell’armata ve n’erano duecento in città; dopo una sanguinosa e indecisa lotta di due giorni, su una torre della città si era visto sventolare il gonfalone di san Marco, che qualcuno aveva portato dalla nave del doge; fu come se i Latini avessero ricevuto l’impeto che li spinse ad attaccare i Greci con tal forza, da sbaragliarli da ogni parte, trascinando Alessio III con la sua guardia, che si ritirava nel suo palazzo.

I Veneziani avevano riportato la vittoria conquistando una parte della città; quando videro venirgli incontro tumultuosamente una numerosa folla di popolo, alla quale non avrebbero potuto far fronte, per bloccarla davano fuoco agli edifici vicini; un vento gagliardo che soffiava alle loro spalle verso i Greci, arrestava la loro avanzata, spingendo le fiamme verso la parte occidentale delle Blacherne e i Veneziani favoriti dalla oscurità prodotta dal fumo, potettero ritirarsi nel loro accampamento.

Al Palazzo, inutilmente Eufrosine consigliava ad Alessio di affrontare ancora il nemico, ma egli l’abbandonava al suo destino e prendendo parte del tesoro che poté, in compagnia della figlia Irene, si imbarcava, seguito da alcuni cortigiani, facendo vela verso la città di Zagore.

Eufrosine offriva la corona a tutti i  parenti e ai generali, ma nessuno l’aveva accettata; arrestata con i suoi parenti dai varanghi, la guardia di palazzo, era messa in carcere, mentre Isacco, vecchio e cieco,  era rimesso in libertà, nulla sapendo di tutto ciò che nel frattempo era successo, condotto con le fiaccole alle Blacherne.

La notizia della fuga di Alessio si era sparsa per la città; nell’accampamento crociato si riunivano Bonifacio di Monferrato con Alessio, Baldovino, e Dandolo e gli altri capitani, che decisero che la mattina seguente Matteo di Montmorency e Goffredo di  Villehardouin e due patrizi veneziani si sarebbero recati alle Blacherne per informarsi dello stato dei fatti.  Trovarono l’imperatore Isacco e l’imperatrice reintegrati nel loro ruolo, gli riferivano degli accordi presi con Alessio, dei quali era ritenuto mallevadore. L’imperatore volle conoscerli e dopo che gli erano stati riferiti, disse che erano da considerare eccessivamente onerosi da non sapere come il figlio potesse adempierli, convenendo comunque “che ci avete serviti così bene che li avete meritati” e confermandoli con il suo sigillo d’oro.

I baroni, con Alessio che marciava tra Baldovino e Dandolo. seguiti dai cavalieri armati e ornati delle loro insegne, lo condussero alla Blacherne tra le acclamazioni del popolo e  il 1° agosto 1203 Alessio IV era incoronato in santa Sofia alla presenza dei crociati. Dopo la cerimonia Alessio versava ai crociati una parte delle somme dovute, promettendo che avrebbe versato presto il saldo rimanente.

Alessio, dopo qualche giorno si recava privatamente presso il conte di Fiandra dove trovava gli altri capitani, ai quali disse che con la loro collaborazione aveva ripreso il trono ma i sentimenti di odio del popolo nei loro confronti non gli facevano onore; che si avvicinava il termine della partenza fissata per il giorno di san Michele, entro il quale egli avrebbe dovuto versare il saldo del debito. ma  non era in grado di farlo  in così poco tempo; il solo modo che egli vedeva, era quello che rimanessero fino a Pasqua per poter assolvere i suoi impegni;  avrebbe fornito nell’intervallo il necessario e avrebbe pagato ai Veneziani il nolo della flotta. Questa dilazione, aggiunse non vi sarebbe di danno,  e  l’inverno vi sarebbe inutile e avrete tutta l’estate per seguire la vostra impresa.

La richiesta era apparsa ragionevole e preso tempo per sentire il resto dell’armata, i capitani si riservarono di dargli una risposta. Sentiti i Latini, molti si mostrarono d’accordo, ma quelli che avevano disapprovato la deviazione, chiedevano le navi per recarsi in Siria; alla fine furono convinti e la nuova convenzione fu accordata fino al giorno di san Michele dell’anno seguente.

I vescovi e tutti gli ecclesiastici e monaci e preti e il patriarca, ritennero fosse giunto il momento di riparare agli errori che li separavano dalla Chiesa romana; Isacco, poco portato per la materia, si limitava a confermare, mentre il patriarca dalla tribuna di santa Sofia dichiarava a nome dell’imperatore e suo, alla presenza del cardinale pontificio di Capua, che riconosceva il papa Innocenzo III come successore di san Pietro e primo vicario di Cristo sulla terra e pastore universale del gregge dei fedeli, promettendo che non appena possibile si sarebbe recato a Roma a prestare omaggio al papa come suo superiore e ottenere il pallio (lo stendardo di san Pietro con la croce e le chiavi). Questa pubblica dichiarazione rese felici i crociati (ma il popolo, come vedremo, non era d’accordo), che si sentirono ricompensati delle loro fatiche e il papa mandava le sue congratulazioni per una risoluzione così salutare ispirata da Dio; nello stesso tempo i crociati piansero l’avvenuta  morte di Matteo di Montmorency, seppellito nella chiesa degli Ospedalieri  (Lebeau- Crévier).

Isacco, cieco e con la gotta, tormentato dalle infermità, dava credito agli astrologi che gli pronosticavano il riacquisto della vista, della giovinezza e che sarebbe divenuto un monarca universale e tra le cose strane che faceva, aveva fatto portare nel suo palazzo la riproduzione di un cinghiale, detto il cinghiale della Calcedonia, che si trovava nell’Ippodromo ed era considerato un talismano che racchiudeva il fuoco delle sedizioni del popolo, simili alla furia dell’animale.

Mentre verso Isacco si nutriva della pietà da parte di quelli che lo circondavano, verso Alessio era riversato l’odio, in quanto, con la sua sottomissione al pontefice era accusato di avvilire l’impero e la Chiesa greca; gli era  rimproverato anche il suo comportamento confidenziale con i francesi, odiati in quanto ad essi si attribuiva la rovina degli edifici e l’abbattimento della  bellissima statua di Minerva, alta trenta piedi che si trovava su una colonna nella piazza di Costantino, perché aveva un  braccio che indicava l’Occidente, e si era supposto che volesse invitare i Latini a distruggere Costantinopoli.

Parte dei signori non erano meno sdegnati del popolo e non parlavano che della possibilità di vendicarsi; uno di costoro era Giovanni Ducas detto Murzuflo per avere le sopracciglia folte e unite, che faceva parte del seguito di Alessio.

Stava arrivando la fine dell’anno e gli imperatori stavano riscuotendo le rendite e dovevano pagare il debito, ma i pagamenti erano fatti con versamenti ridotti e mentre il marchese Bonifazio faceva pressione su Alessio, rappresentandogli le conseguenze che potessero derivargli dal suo cattivo comportamento; Murzuflo che era più seguito da Alessio, lo invogliava a non pagare; alla fine i Latini, stanchi per tante dilazioni, decisero di intimargli che se non avesse pagato, gli avrebbero fatto guerra.   

Conone di Bethune, Vlilleharduin e Miles di Brabante, erano stati incaricati di recarsi alle Blaquerne e alla presenza dei  due imperatori, della imperatrice e della Corte, prese la parola Conone,  dicendo di parlare a nome dei baroni  e rivolgendosi all’imperatore, gli ricordava “che unitamente a suo figlio si era impegnato con giuramento, corroborato dal sigillo, a provvedere agli impegni, che sembrava fossero stati dimenticati; essi vi sono stati ripetutamente rammentati e lo sono anche oggi in presenza della vostra Corte. Se li eseguirete, opererete con giustizia e saremo in pace;  diversamente, sappiate che i nostri baroni invece di guardarvi come imperatore e amico, si faranno ragione in qualunque maniera:  ve lo prevengono, in quanto non sono soliti far la guerra senza dichiararla; tocca a voi, sire, risolverla come vi piacerà”.

 I Greci, poco avvezzi alla libertà dei francesi, prendedola come oltraggio, si diedero a mormorare confusamente e guardandosi gli uni e gli altri, dicevano che nessuno aveva mai avuto l’audacia di sfidare a quel modo l’imperatore. Lo sdegno di Alessio già si stava trasmettendo a tutti i presenti e i rappresentanti francesi si erano defilati prima che fosse scoppiata la tempesta e giunti all’accampamento, ebbero inizio le ostilità.

Nel porto i Greci decisero di distruggere la flotta crociata e riempirono di materiale infiammabile diciassette  grossi brulotti, aspettando che a mezzanotte spirasse il vento meridionale e appiccando il fuoco lasciarono che andassero verso la flotta crociata, e un così furioso incendio stava  dirigendosi verso le navi per ridurle in cenere.

Un grido si era levato nel campo e i Veneziani, avvezzi alle operazioni marittime, montati sulle loro scialuppe andarono intrepidamente ad uncinare i brulotti, e rimorchiandoli a forza di remi fino all’imboccatura del canale, li abbandonarono alla corrente; erano stati molti i Greci che, saltati sulle barche, avevano cercato di impedire il salvataggio, senza riuscirvi. 

 

 

 

 

 

 

 

IL COLPO DI STATO DI

GIOVANNI DUCAS-MURZUFLO

LA PRESA DI COSTANTINOPOLI

DA PARTE DEI CROCIATI

E LA DIVISIONE DEL

BOTTINO

 

 

 

L

’imperatore Alessio trovandosi ad affrontare sia i crociati sia i Greci, aveva pensato di riconciliarsi con i crociati e aveva mandato Murzuflo, che lo tradiva ed era causa delle sue  disgrazie, con l’ordine di dir loro che gli atti di ostilità nei loro confronti erano dovuti al popolo che gli negava il danaro a loro dovuto; ma lui li amava e li onorava come suoi  liberatori e metteva a loro disposizione il palazzo delle Blacherne, dove potevano mettere una guarnigione, per tenere a freno la popolazione. offrendo come ostaggi molti signori della Corte (25 Gennaio 1204).

I crociati accoglievano l’idea della guarnigione affidata a Bonifacio, ma Murzuflo invece, riferiva al popolo che l’imperatore aveva intenzione di cedere ai crociati la fortezza delle Blacherne e il popolo non solo si opponeva alla concessione della guarnigione, ma riunitosi in Santa Sofia, considerando Alessio uno schiavo dello  straniero,  chiedeva di scegliere un nuovo imperatore.

La corona sembrava un ferro rovente che nessuno aveva intenzione di prendere; ma l’aveva accettata un giovane imprudente, di nobile famiglia il cui nome era Nicola Canabè e Alessio, sempre fidandosi di Murzuflo, lo aveva mandato a implorare l’aiuto dei crociati, che con Bonifacio se n’erano tornati nell’accampamento.

Murzuflo aveva corrotto l’eunuco Costantino, che comandava i varanghi, e, giunta la notte, si recava nella camera di Alesssio dicendogli di alzarsi per  salvarsi, in quanto il popolo, i grandi e i varanghi, volevano prenderlo e avendo saputo che aveva chiesto aiuto ai Latini, volevano ammazzarlo. Alessio si era gettato fra le sue braccia e Murzuflo, messagli addosso una veste da camera, per passaggi segreti lo conduceva in una camera  dove era messo in catene; mentre il padre Isacco, pieno di acciacchi, informato dell’arresto del figlio, cessava di vivere.

La mattina seguente Murzuflo informava il popolo dicendo di aver prevenuto l’irruzione dei Latini e di aver arrestato il traditore che aveva congiurato in danno della città e il popolo era padrone di nominare un nuovo imperatore. Murzuflo fu applaudito per questa sua generosità, ma alcuni si mostrarono favorevoli alla nomina di Carnabè; poiché la maggioranza si era mostrata favorevole a lui, Murzuflo, ricevuto tale consenso, faceva imprigionare Carnabè, che finiva nella stessa prigione di Alessio.

Murzuflo pensava di disfarsi di Alessio avvelenandolo e già aveva provato, facendogli somministrare due pozioni di veleno, senza riuscirvi; forse a causa di qualche antidoto preso da Alessio; l’8 febbraio vi si era recato personalmente e dopo aver pranzato con lui, gli si avventava improvvisamente contro e lo strangolava barbaramente con le sue mani.

Per dare l’impressione che fosse morto per una caduta, con una clava gli frantumava le ossa; di Canabè invece si erano perse le tracce e non si erano avute sue notizie; probabilmente aveva seguito la stessa sorte di Alessio.

La sua morte era stata tenuta occulta e nello stesso tempo Murzuflo aveva invitato i Latini a un banchetto, da essi accolto con gioia; ma Dandolo, più cauto, aveva ripreso i suoi compagni che si fidavano ancora di Alessio (ritenendo che l’invito fosse stato fatto da lui) e suggeriva di informarsi prima di accettare. Ben presto si era sparsa la notizia che Isacco era morto e dei delitti commessi da Murzuflo; ma vi erano anche i religiosi Latini  che li chiamavano alla divina vendetta: “ Prendete le armi, il pontefice vi appoggia per questa guerra religiosa con le stesse indulgenze che accorda a quelli che combattono gli infedeli”.

Questi discorsi avevano infiammato i crociati che si disposero ad attaccare nuovamente Costantinopoli. Murzuflo, non potendo occultare la morte di Alessio, volle far credere che non vi aveva preso parte e gli fece magnifici funerali, con tutta la pompa imperiale, facendolo seppellire nella chiesa degli Apostoli.

Il parentado di Murzuflo era fatto di uomini senza onore e dissoluti e l’unico che potesse dargli buoni consigli era suo suocero Filocale;  ma era un uomo malvagio e Murzuflo per metterlo a capo degli affari, aveva privato di ogni dignità lo storico Niceta Coniata, che era gran logoteta e ne aveva cura, la cui condotta era irreprensibile; Filocale per parlare liberamente con il genero,   senza la presenza del consiglio, fingeva di avere la gotta e riceveva l’imperatore stando a letto.

Il tesoro era vuoto e per riempirlo Murzuflo aveva fatto ricorso a un espediente, che gli evitava di aggravare e rendersi odioso alla popolazione con nuove tasse. Processava tutti coloro che sotto gli Angelo si erano arricchiti  a spese dello Stato, riuscendo ad ottenere grandi somme, che gli permisero di restaurare le parti danneggiate delle mura, che fece ricostruire. Era stato trovato il sistema di usare piccoli sassi, così ben collegati con la calce, che diventavano una massa solidissima; le mura, sebbene fossero alte dalla parte del golfo, da dove i veneziani le avevano prese d’assalto, le fece fare ancora più alte.

Esse erano fiancheggiate da torri distanti cinquanta piedi l’una dall’altra, e queste torri le fece rialzare di molti piani; negli intervalli era stata costruita una piattaforma di muro larga venti piedi con una torre di legno, con tre, quattro e anche sei palchi, in modo che i soldati potessero manovrare le catapulte. Sull’ultimo palco di ciascuna, era collegato un ponte levatoio con parapetto ai due lati, che si poteva abbassare sulle torri e sui castelli di coffa delle navi nemiche (era evidente che Murzuflo intendesse resistere ai crociati);  questi lavori, per la numerosa disponibilità di braccia, erano stati portati a termine in poco tempo.   

Un giorno i capitani francesi con mille uomini si erano recati presso Filea, l’antica Filopoli, nel Ponto Eusino. celebre per il palazzo di Fineo che aveva ricevuto Giasone e gli Argonati, a compiere un saccheggio, durato tre giorni, dove i francesi avevano preso grandi quantità di oro e d’argento e un gran numero di bestiame e di prigionieri.

Quando Murzuflo venne a saperlo, aveva chiesto un incontro, per cercare un accomodamento con i Latini; si era offerto Dandolo, che resisteva a tutte le lusinghe, per condurre le trattative, recandosi con la sua nave sulla punta del golfo, dove Murzuflo si era  recato a cavallo; salito sulla galea, era stato ripreso da Dandolo in quanto cercava di giustificarsi con risposte artificiose e lo induceva a trattare le condizioni di pace, chiedendogli: cinquemila libbre d’oro pagabili immediatamente; l’aiuto dei Greci a conquistare la Terrasanta, secondo le promesse di Alessio e un nuovo giuramento dell’obbedienza della Chiesa a quella di Roma.

Murzuflo accettava le prime due richieste, non la sottomissione alla Chiesa di Roma, per cui le trattative si interrompevano; i Latini erano pronti anche con le navi piene di scale e di ponti per assaltare la città e stava per iniziare la primavera e tra Francesi e Veneziani si erano presi accordi che erano stati messi per iscritto, per la divisione del bottino, confermato da giuramento (*). 

L’8 aprile giovedì, l’armata si imbarcava e tutte le navi, con macchine e guerrieri prendevano in larghezza mezza lega di mare; le mura erano ricoperte di lance, dardi, baliste, catapulte e bocche di bronzo, che sembrava sfidassero i crociati e preparassero una tempesta peggiore di una tempesta di mare; il 9 aprile, venerdì, tutta la flotta, levate le ancore attraversò il golfo e i soldati saltando a terra piantarono le scale al muro e diedero l’assalto; gli altri dalle navi, ponendo in opera tutte le macchine, alzavano e appoggiavano sopra le mura i ponti levatoi, da dove avveniva il corpo a corpo con i nemici.

Murzuflo aveva fatto piantare un  padiglione scarlatto su un’alta collina, da dove incoraggiava le sue truppe e poteva osservare ciò che accadesse; l’ostinazione era uguale per tutte e due le parti, ma dalle torri piovevano continuamente sui crociati, fuoco, sassi e dardi e siccome si combatteva su diversi luoghi e il numero degli assediati era superiore, le nuvole di dardi facevano cadere incessantemente dalla cima delle scale e dei ponti levatoi i più arditi degli assedianti, di cui alcuni cadevano morti, altri feriti; l’attacco durava fino a sera, senza che il valore dei crociati si rallentasse; i capitani correvano il rischio di perdere l’armata vedendo molte delle macchine consumate dal fuoco greco e fu dato l’ordine di ritirata.

Questa giornata era stata più micidiale per i crociati che per i Greci, che gioivano; le navi si ritirarono e i capitani si riunirono in una chiesa nelle vicinanze per deliberare una risoluzione. Erano tutti costernati e alcuni suggerivano di assalire la città dalla Propontide, dove il muro era basso e danneggiato, ma i Veneziani si mostrarono contrari a causa delle correnti del mare che avrebbero allontanato le navi; si decise per un altro attacco nei due giorni seguenti (sabato e domenica) e le navi si sarebbero accoppiate due a due, avendo fatto esperienza che per ciascuna torre un legno non bastava; ma presi questi accordi, si aspettò il lunedì.

Per invogliare i soldati al combattimento,  per mezzo dell’araldo era stato fatto sapere che il primo a salire sulle mura avrebbe avuto un premio di cento marchi d’argento e la mattina del 12 aprile la tromba annunziava l’inizio del combattimento.

Le navi accoppiate due a due si dirigevano verso ciascuna torre; i sassi cominciarono ad essere lanciati dalle baliste; i ponti levatoi si abbassarono e furono presto ricoperti di guerrieri; le scale piantate alla base delle mura si videro cariche di soldati che salivano per raggiungere i merli; dall’alto delle torri e dalle cortine cadevano da ogni parte pietre; dalle mani delle donne erano lanciate pietre e legni; piovevano massi di ogni specie e torrenti di fuoco greco  che si rovesciava sugli attaccanti; i capitani incoraggiavano i combattenti e davano il buon esempio.

A mezzogiorno i Greci erano superiori, quando un vento del nord, furiosamente spingeva verso il muro due navi,  Pellegrina e Paradiso legate tra loro, ciascuna con i vescovi di Soissons e di Troyes; una scala della Pellegrina fu appoggiata al muro e si videro in cima alla torre un Francese di nome Andrea d’Urboise e un Veneziano, Pietro Alberti, seguiti da numerosi compagni; i Greci  che la difendevano, alcuni furono trucidati, altri si erano dati alla fuga; Alberti era stato ucciso per errore da un Francese che per questo errore voleva uccidersi, ma ne fu impedito. Le bandiere dei due vescovi, piantate sul muro infiammavano di ardore i soldati che rovesciarono i difensori e si impadronirono di altre quattro torri, mentre gli arieti abbattevano tre porte  che consentivano l’ingresso dell’armata e con essa il terrore e la strage; e un solo crociato faceva fuggire molti greci: ciascun crociato era come un leone che con il solo sguardo dissipava un gregge di cervi. Pietro di Bracheaux, cavaliere di Bauvais, aveva raggiunto Murzuflo abbandonato dalle sue guardie che si erano date alla fuga.

Per le strade di Costantinopoli si vedeva solo gente che fuggiva e, comunque, nonostante ciò che era stato scritto da storici di parte, la strage compiuta dai crociati non era stata tanto grande quanto l’odio dei vincitori la faceva temere.

Giunta la sera, per non impegnare i crociati in una città che non conoscevano, fu suonata la ritirata e si tenne consiglio nella gran piazza; si decise di rimanere presso le mura e le torri delle quali si erano impadroniti e vedendo tante chiese e tanti palazzi che sembravano fortezze, ritennero che sarebbe occorso più di un mese per entrarne in possesso.

Tutti si recarono a passare la notte sulle mura e presso le torri; il conte Baldovino andava ad occupare il padiglione lascito libero da Murzuflo, mentre suo fratello Enrico si recava al palazzo delle Blacherne; Alessio Ducas, detto Murzuflo che si trovava al Bucoleon, durante la notte, dopo aver preso tutto ciò che di più prezioso potesse prendere, con Eufrosine, moglie di Alessio e la figlia Eudossia, dopo un regno  di due mesi e quattro giorni, si imbarcava, come avevano fatto molti altri Greci.

In città si verificava un altro accidente: alcuni Alemanni del seguito del marchese di Monferrato, temendo di essere attaccati dai Greci, avevano appiccato i fuoco alle case circostanti, che durava fino alla sera del giorno seguente. 

Si era sparsa la notizia della fuga di Murzuflo: in meno di sei mesi erano stati eletti cinque imperatori, tre dei quali avevano perso la vita e gli altri due erano fuggiti; si presentarono Teodoro Ducas e Teodoro Lascaris, aspiranti al titolo imperiale; essi si recarono in Santa Sofia, seguiti dal patriarca, dal clero e dal popolo e dopo una disputa tra i due, prevalse Teodoro Lascaris, proclamato imperatore; egli, con falsa modestia annunziava al popolo che avrebbe preso il titolo, solo dopo aver risolto i problemi che assillavano l’impero e ridato alla corona l’antico splendore: non lasciate che un pugno di barbari, disse, distrugga un impero che dura da secoli; se siete romani vi sarà facile vincere; e rivolgendosi ai varanghi disse: e voi valorosi soldati , guardie fedeli e invincibili dei vostri principi, seguitemi nel combattimento. Le sue parole furono interrotte da uno squillo di tromba dei crociati, che impaurì i Greci che si dispersero come uccelli allo strepito dei cacciatori.

I soldati crociati erano in attesa di avere il bottino come premio delle loro fatiche; i baroni avevano  pensato di fare annunciare dall’araldo che si doveva risparmiare la vita degli abitanti e l’onore delle donne e delle fanciulle e che si abbandonava tutto il resto ai soldati, ricordando loro che essi dovevano consegnare il bottino al magazzino generale e dopo, ciascuno, avrebbe ricevuto la sua parte, in parti uguali; per i trasgressori era stata prevista la pena di morte e la scomunica; come luogo di deposito furono scelte tre chiese, custodite da Francesi e Veneziani. I capitani assegnarono i vari quartieri  alle truppe.

Il marchese di Monferrato si era recato al Bucoleon e coloro che lo custodivano si arresero subito a condizione della vita: il palazzo custodiva un’immensa quantità di ricchezze ammassate dall’opulenza, orgoglio dei vari monarchi; vi erano molte donne e fanciulle delle case imperiali fra le quali Agnese, figlia di Luigi VII di Francia che aveva sposato Alessio, figlio dell’imperatore Manuele, ucciso da Andronico che l’aveva presa per sé e Margherita d’Ungheria, vedova dell’imperatore Isacco,  che  per la sua bellezza aveva colpito il marchese del Monferrato che l’aveva spostata. Enrico, fratello di Baldovino si era impossessato delle Blacherne che non era da meno, per ricchezza di tesori, oro, argento e pietre preziose, pellicce, stoffe, vasi e mobili preziosi, che, come aveva commentato Baldovino, non si trovavano in tutto il resto dell’Europa.  Nonostante il divieto del saccheggio, degli stupri alle donne e alle fanciulle, delle crudeltà e del sangue si sparsero ugualmente; i soldati saccheggiarono l’oro e l’argento, le croci le reliquie con i preziosi reliquari, nonostante la scomunica, e comunque ingigantiti dagli storici cristiani  (v. in Art. Veneziani intraprendenti: la I e IV crociata (*°)).

I capitani per evitare la strage, avevano lasciate aperte le porte della città e le strade erano piene di fuggiaschi; lo stesso Niceta Coniata, che aveva avuta la casa bruciata nel secondo incendio ed era andato ad abitare in una casa modesta, era fuggito con la moglie e tre figlioletti, recandosi a Selivrea.

Dopo la Pasqua  il marchese, il doge e gli altri principi provvidero alla distribuzione del bottino che avvenne nel modo seguente: Dalla massa si tolse la quarta parte destinata all’imperatore che sarebbe stato eletto; del resto si fecero due metà per i Francesi e per i Veneziani; dalla metà dei Francesi si tolse ciò che essi dovevano pagare ai Veneziani e poi ebbe luogo la distribuzione,  in modo che i cavalieri ebbero il doppio dei cavalleggeri e questi il doppio dei fanti; in conclusione non toccarono più di venti marchi per ciascun cavaliere e più di dieci e cinque alle altre due classi; statue, vasi, reliquie, ornamenti di ogni genere divise tra le due nazioni, finirono in tutto l’Occidente e tale fu la fine del primo impero bizantino.

 

 

 

 

 

*)  1. Tutti avrebbero obbedito ai comandanti Francesi e Veneziani che sarebbero stati eletti. 2. Tutto il bottino sarebbe stato raccolto nel luogo destinato, senza che fosse consentito a nessuno di riceverne una minima parte. 3. Esso sarebbe stato diviso tra Francesi e Veneziani in parti uguali. 4. Il grano e gli altri commestibili sarebbero stati depositati nei magazzini e divisi per metà a Francesi e Veneziani. 5. I Veneziani avrebbero mantenuto i titoli, onori e privilegi già acquisiti, sia temporali che spirituali e sarebbero stati governati secondo i loro usi e leggi, scritte e non. 6. Per la nomina del nuovo imperatore tutto l’esercito avrebbe eletto sei elettori francesi e altrettanti veneziani che lo avrebbero eletto; se i Francesi ne avessero nominato uno e i Veneziani un altro, avrebbe deciso la sorte. 7. L’imperatore avrebbe regnato sulla quarta parte della conquista, con i due palazzi del Bucoleon e Blacherne. 8. Il clero della parte che non avrà avuto l’imperatore, avrà il patriarca e questo prenderà il possesso di Santa Sofia e avrebbe disposto del governo della stessa. 9. Gli ecclesiastici delle due nazioni, avrebbero avuto l’amministrazione delle chiese avute in appannaggio a ciascuna di esse e si assegneranno loro le rendite di dette chiese. 10. I Francesi e i Veneziani si impegnano per un anno a stare al servizio dell’imperatore. 11. Quelli che si stabiliranno nelle terre dell’impero presteranno fede e omaggio all’imperatore e accetteranno la divisione che sarà fatta delle conquiste, senza dipartirsene.  12. Si sceglieranno tra Francesi e Veneziani, dodici commissari i quali, dopo aver prestato giuramento, distribuiranno secondo coscienza e con la pluralità dei voti, i feudi, le cariche, le dignità; determineranno i doveri e servigi ai quali i Francesi e Veneziani saranno tenuti, riguardo all’imperatore e all’impero; i feudatari e i loro vassalli, possiederanno in pieno possesso i loro feudi, le loro cariche e dignità, e poterle trasmettere ai loro eredi maschi o femmine e disporne a loro grado, salvi i diritti dell’imperatore e dell’impero. 13. Oltre ai livelli e ai servizi ai quali i vassalli e i feudatari saranno obbligati dalla condizione dei loro feudi, l’imperatore resterà incaricato di tutto il resto per la sicurezza e per l’utilità del medesimo. 14. Non si riceverà nelle terre dell’impero veruna persona delle nazioni che saranno in guerra con i Francesi e col Veneziani, finché durerà la guerra. 15. I Francesi e Veneziani impiegheranno il loro credito presso il papa, per impegnarlo a confermare le presenti convenzioni e scomunicare coloro che le violeranno o ricuseranno di sottomettersi. 16.  L’imperatore giurerà di osservare e far eseguire le partizioni espresse. 17. Il doge, per particolare onore  non sarà obbligato a prestar giuramento né all’impero, né all’imperatore riguardo ai servizi o doveri  dei feudi e delle dignità che otterrà.

**) Si tenga in ogni caso presente che le crociate avevano segnato l’inizio delle conquiste coloniali, che saranno realizzate da francesi, inglesi e germani. escludendo gli italiani, la cui mentalità era limitata ai ristretti spazi dei Comuni e delle Signorie.  

 

 

 

LA DIVISIONE DELL’IMPERO

 SECONDO IL

SISTEMA FEUDALE

BALDOVINO  I

 ELETTO IMPERATORE

 

 

D

opo che i Francesi avevano avuto in assegnazione Costantinopoli, e i territori della Tracia e della Mesia e dell’Asia,  (tranne Calcedonia e Cizica), vale a dire i territori che dovevano essere conquistati con le guerre, mentre l’Asia minore era già stata conquistata da Arabi e Turchi; dodici commissari dovevano distribuire i feudi, le cariche e le dignità dell’impero con l’obbligo del giuramento all’imperatore.

Come feudi, erano stati assegnati al conte di Blois, Nicea e la Bitinia e a Regnier de Trith (o d’Autrecht), favorito di Baldovino, il ducato di Tracia e Filippopoli; a Etienne de Perche, Philadelphia; a Macaire de Sainte-Menehould, Nicomedia; al conte Louis de Blois, Nicea e la Bitinia; al conte di Saint-Pol, Didimotica; a Guglielmo di Champlite era stato assegnato il  principato di Acaia che alla sua morte lo lasciava a Geoffroy del Villehardouin; ogni barone doveva a sua volta distribuire il suo feudo tra i suoi compagni d’arme.

Ai Veneziani erano toccati la Morea, la Frigia le coste dell’Ellesponto marittime, tutte le isole dell’Acipelago e dell’Adriatico; Monferrato fu eletto re, di Tessalonica (Macedonia) elevata a regno con l’isola di Candia (Creta) che vendette ai Veneziani; il Doge ebbe il titolo di despota, il secondo dopo quello di imperatore; tranne Costantinopoli, tutti i territori erano da conquistare.

L’ idea dei crociati, della divisione dell’impero, non era stata che un’idea barbara di conquistatori che avevano portato lo scompiglio nel mondo bizantino, e avrà una durata di soli  cinquant’anni, per essere stata compiuta da un piccolo gruppo che si impadroniva di un vasto territorio,  assoggettando una vasta popolazione, mentre non era in grado né di conquistarlo interamente né governarlo.

Ciò che sarebbe stato utile fare, vale a dire la nomina di un principe che avesse unito gli sforzi tra cristiani, Greci e Latini, per far fronte non solo alle popolazioni che volevano acquisire l’indipendenza  ma al nuovo nemico che batteva ai confini, vale a dire gli Arabi e Turchi, che già avevano compiuto le loro prime conquiste; ma il gruppo di crociati aveva sostituito il secolare ordinamento legislativo romano seguito da secoli, introducendo il sistema feudale che divideva il territorio in feudi e signorie e umiliava i vinti, non solo cambiando le loro leggi ma spogliandoli dei loro beni; e invece di rendersi favorevoli al popolo, se lo resero acerrimo nemico.

Dopo la distribuzione del bottino si procedette alla nomina dei dodici elettori, sei per ciascuna delle due parti, che avrebbero eletto l’imperatore; per i Francesi furono eletti i vescovi: di Soissons, Troyes, Halberstadt, di Betlemme, legato pontificio, l’arcivescovo di Acri e l’abate di Loches per i Veneziani l’ammiraglio Vitale Dandolo, Ottone Querini, Bertuccio Contarini, Niccolò Navagero, Pantaleone Barbo e Giovanni Basegio o Micheli; il giorno fissato per l’elezione era la seconda domenica dopo Pasqua, corrispondente al nove maggio.

Inizialmente i voti dei Veneziani convergevano su Dandolo; quelli Francesi su Monferrato e Baldovino, divisi per l’uno o per l’altro.

Il nove maggio, gli elettori riuniti al Bucoleon, scelto perché vi abitava il doge, dove conveniva una moltitudine di baroni, soldati e popolo; all’inizio della votazione due  dei vescovi Francesi si dichiararono per il doge e stavano per tirare gli altri dalla loro parte, quando Barbo faceva presente che: “per la difesa di Costantinopoli sarebbe stato più facile far volare le sue navi che per il marchese e Baldovino formare dai loro stati, squadroni di cavalleria; ma se la Repubblica (Venezia) si pone nel possesso dell’impero, corre il pericolo di distruggere se stessa. Senza parlare del dissenso che avrebbe creato l’ambizione di regnare per un concittadino che sarebbe divenuto imperatore: Sarebbe rimasto sottomesso alle nostre leggi? Riconoscerebbe la sua patria? Dandolo per l’elevatezza del suo animo, è superiore a tali sentimenti; ma cosa ne sarebbe dei suoi successori? Chi ci assicura che Venezia non sarebbe oppressa dall’enorme massa dell’impero? Che la sede della Repubblica non sarebbe trasportata a Costantinopoli e la nostra libertà non riceverebbe colpi mortali? Venezia, regina dei mari diverrebbe una dipendenza dell’impero greco”.

Continuando su queste obiezioni i canditati rimasero in due e relativamente al Monferrato sul quale in un primo momento convergevano i voti, fu fatto presente che  i suoi Stati confinavano con quelli della Repubblica di Venezia  e divenendo egli potente, come si sarebbe potuto resistere alle pretese del Monferrato, se fosse stato sostenuto dalle forze dell’impero?

Questa riflessione determinò la nomina a imperatore di Baldovino di Fiandra e di Hainault (1204-1205), di trentacinque anni, discendente di Carlomagno e congiunto del regnante Filippo Augusto; la sessione era durata tutto il giorno e si chiudeva a metà della notte seguente.

Il vescovo Nevelone di Soissons la comunicava al popolo in attesa che inneggiava al nuovo imperatore; il primo a baciargli la mano fu il marchese del Monferrato e, secondo l’uso Baldovino fu innalzato su uno scudo e fu portato in santa Sofia dove fu posto sul trono d’oro accanto all’altare; ma fu stabilita una seconda cerimonia per l’incoronazione al ventesimo giorno di maggio;  questi giorni di intervallo passarono tra le feste e il matrimonio di Bonifacio che sposava Margherita d’Ungheria; ma vi era stato  anche un funerale, quello di Eudes de Champlite, morto di malattia e seppellito nella chiesa degli Apostoli. 

Per la seconda incoronazione era giunto da Roma il legato del papa che aveva assunto provvisoriamente le funzioni del patriarca; e il clero veneziano, geloso delle sue prerogative,  provvedeva subito alla nomina del patriarca, che doveva essere un veneziano, nominato nella persona di Tommaso Morosini; per festeggiare l’avvenimento, come trofeo furono inviate in Palestina, le porte della città e le catene che chiudevano il porto.  

Con Baldovino I si costituiva quel posticcio Impero Latino d’Oriente che, come abbiamo detto, non avendo i presupposti di uno Stato solido, non poteva neanche essere durevole e durerà circa cinquant’anni, fino a quando Costantinopoli non sarà riconquistata da un Paleologo, Michele III, il quale, dopo aver cacciato Baldovino II, era incoronato imperatore in  Santa  Sofia il 15 Agosto 1261 e l’impero riuscirà a sopravvivere ancora per altri due secoli, fino alla conquista da parte di Maometto II nel 1453.

Alla morte di Baldovino era stato eletto il fratello Enrico di Hainaut, che più fortunato del fratello, regnerà dodici anni, ma saranno anni di lotta, in quanto dovrà affrontare i Bulgari con Giovannicio, loro re e il rivale imperatore di Nicea, Teodoro Lascari

Murzuflo si era dato alla fuga, portando con sé la moglie dell’imperatore Alessio (III), Eufrosine e la figlia Eudossia.  

Durante il percorso, Murzuflo si impadroniva di una città che si era arresa a Baldovino, Zurula (Tchorlou), che saccheggiava prendendo tutto ciò che vi aveva trovato. Quando Baldovino lo venne a sapere, decise di mandare l’esercito per arrestarlo e avere il giuramento di fedeltà della popolazione e inviò il fratello Enrico al quale le città, spaventate, aprirono le porte.

Murzuflo, non potendo difendere Zurula,  si diresse a Mosinopoli dov’era l’imperatore Alessio; l’esilio non aveva scalfito la sua ferocia; dopo averlo ricevuto con finta amicizia, e dopo avergli offerto il desco, lo invitò a recarsi in un’altra stanza e qui i soldati gli saltarono addosso e lo accecarono e, magnanimamente, fu lasciato libero di andare.

Trovato dai  Francesi che lo cercavano, lo condussero nella capitale dove dal Consiglio era condannato ad essere precipitato dall’alto della colonna che si trovava nella piazza al centro di Costantinopoli; questa colonna si trovava al forum di Teodosio o Taurus, con la statua di Teodosio, era la più alta della città. Murzuflo era stato portato in cima alla colonna per essere precipitato ed era stato previsto che dovesse cadere con le gambe, probabilmente per prolungargli la morte, ma avvenne che durante la caduta il corpo si era rivoltato, ed era caduto battendo la testa e morendo sul colpo. 

Baldovino si recava a Filippopoli, dove affidava l’esercito a Reignier de Trith, che si impadroniva di Mosinopoli, mentre Alessio se ne fuggiva in Tessaglia.

Questi territori erano sempre in subbuglio; i principi che avevano ricevuto i feudi si mostravano turbolenti, e neanche il comune pericolo in cui si trovavano attenuava le loro abitudini feudali, riducendoli all’obbedienza; nell’intento di ottenere questa obbedienza Baldovino si era messo in attrito con Bonifacio.

Aveva infatti deciso di recarsi in Tessaglia, assegnata come regno a Bonifacio, con l’esercito, per avere il giuramento di fedeltà della popolazione; Bonifacio se ne era risentito, non volendo avere nel suo regno la presenza di un esercito, con tutte le conseguenze di spese e danni che avrebbe comportato; ma Baldovino si era presentato ugualmente e Bonifacio per vendicarsi era andato ad assediare Adrianopoli; Villeharduin e Manasse di Lilla, scelti come arbitri, li misero d’accordo e Baldovino ricevette il giuramento di Bonifacio. 

I Problemi non dovevano finire; nel regno di Bonifacio, era emerso l’ultimo pronipote di Alessio Comneno, Michele Angelo Comneno, il quale si mostrava fedele a Monferrato, ma solo per tradirlo: infatti, dopo avergli  sollevato contro il popolo di Durazzo, dell’Epiro, di Acarnaia, dell’Etolia e di una parte della Tessaglia, costituiva il despotato di Epiro, che Monferrato dovette riconquistare.

Un Greco di nome il Leone Sguro, si era impadronito di Argo, di Corinto e di Tebe e congiungendosi con fuggitivo Alessio, avevano  atteso Monferrato nello stretto delle Termopili, ma Bonifacio li metteva in fuga e Ottone della Rocca a capo dell’esercito di Monferrato, conquistando Tebe e l’Attica,  diveniva il capostipite dei duchi di Atene.

Ma vi era anche l’auto-proclamatosi imperatore di Nicea, Teodoro Lascari, il quale, aiutato dal sultano di Conia, si era impadronito di Nicea, Prusa e quasi tutta la Bitinia e contro il quale combatteva  Enrico, fratello di Baldovino che nel frattempo (1205) moriva assassinato.

Era stata fatta l’alleanza tra Gioannicio  e Baldovino e questo aveva ricevuto i deputati con alterigia dicendogli che se non avesse consentito a dichiararsi vassallo. lo avrebbe spogliato del regno.  Baldovino aveva detto altezzosamente a Giovannicio, che se non si fosse dichiarato suo vassallo, lo avrebbe spogliato del regno; Giovannicio infuriato, si lanciò senza pietà contro Francesi e Greci e prendeva Filippopoli e Adrianopoli. Baldovino correva ad assediare Andrinopoli e Giovannicio andava combatterlo sotto le mura della città con Valacchi e Comani; un’infinità di Bulgari che pareva uscita dai torrenti e dai burroni, assaliva scompigliava e accerchiava  i Francesi e dopo un ostinato combattimento, Baldovino coperto di ferite e caduto da cavallo era preso prigioniero dai Bulgari. Quel disastro aveva sparso tanto spavento che molti cavalieri se ne ritornarono in patria; la morte di Enrico Dandolo (1107-1205), che moriva non di vecchiaia ma di ernia, quasi centenario (novantaottenne!) – una quercia – considerato il baluardo dell’impero, aggravava il dolore recato dalla sconfitta.    

La regina dei Bulgari, di nazionalità tatara, voleva liberarsi dal marito tiranno e si era recata da  Baldovino  dicendogli: “puoi liberare due schiavi, fuggiamo insieme dal nostro tiranno, fuggiamo in Francia e compensa il mio amore con la tua mano”. Baldovino respingeva la proposta ritenendola come un invito a commettere un  adulterio, e la regina conservando sul trono il suo selvaggio costume, passava rapidamente dall’amore all’odio e correndo ai piedi dello sposo, accusava Baldovino di averla voluta sedurre.

 Giovannicio si faceva condurre Baldovino in catene e, senza volerlo ascoltare, lo ricopriva di ingiurie e gli faceva tagliare le braccia e le gambe; il tronco ancora vivo, era stato portato in una fossa aperta; Baldovino moriva dopo tre giorni, straziato dagli avvoltoi; il suo cranio, ricoperto d’oro serviva come coppa a Giovannicio nei banchetti; Baldovino (1206), di trentacinque anni, aveva regnato solo undici mesi e nessuno dei prigionieri francesi era rimasto vivo; lasciava in Francia due sorelle; Giovanna che assumeva la contea di Fiandra e Margherita quella di Hainaut (Ségur, Histoire du Bas Empire, 1822).

 

 

 

IL NUOVO

IMPERATORE

  ENRICO FRATELLO

 DI BALDOVINO I

 

 

 

A

ppena eletto, Enrico intraprendeva la guerra contro Giovannicio che si vendicava distruggendo la città di Didimotica, mentre Enrico che lo aveva inseguito fino ai suoi confini, riusciva a liberare ventimila prigionieri tra uomini, donne e bambini e tremila carri pieni di bottino, restituito ai legittimi proprietari; il rimanente, che non si sapeva a chi appartenesse, fu distribuito tra i soldati.

Durante questi avvenimenti il suo rivale Teodoro Lascari si impadroniva della Bitinia, della Lidia e della Frigia e si incoronava imperatore di Nicea; Teodoro con l’intento di ottenere un suo riconoscimento, scriveva al papa al quale chiedeva di mettere pace fra i cristiani e convincere i Latini (!) ad abbracciare la Chiesa greca; ma il papa gli rispose di sottomettersi a Enrico.

Erano sorti anche altri oppositori. Alessio e Davide Comneno, figli del defunto Andronico, si erano impadroniti del Ponto Eusino e con partigiani della famiglia ne facevano un regno indipendente che prendeva il nome della capitale, Trebisonda, assunto da Alessio; mentre Davide si creava un suo dominio con Eraclea e la Paflagonia, che con la pre-morienza di Davide, finiva ad Alessio.

Enrico mentre concludeva con Lascari una tregua che aveva breve durata, si trovava con due nemici, Lascari e Giovannicio.

Enrico aveva sposato (1207) Agnese, giunta dall’Italia, figlia di Bonifacio, il quale per salvaguardare il genero da Giovannicio che aveva assediato la Tessalonica, nell’affrontare un gruppo di Bulgari che facevano razzie, attaccato all’improvviso, riceveva un colpo di lancia nel fianco; respirava ancora quando i Bulgari gli tagliarono la testa che mandarono al loro re.

Anche Giovannicio terminava in quel periodo i suoi giorni: nell’intento di appropriarsi del regno di Monferrato, aveva posto l’assedio a Tessalonica; dormiva nella sua tenda e aveva sognato che un suo generale, Manastra, lo avesse trafitto col pugnale e si era svegliato urlando il suo nome; era stato soccorso e viste le sue condizioni, l’assedio era tolto e lui, poco dopo spirava (1208); gli succedeva il nipote Florislao che per acquistare maggior titolo sposava la zia, Scitide, sorella di Giovannicio  e combattendo contro Enrico, rimaneva sconfitto.

Monferrato morendo aveva lasciato due figli; Guglielmo, figlio della prima moglie e Demetrio, figlio di Margherita d’Ungheria; al primogenito Guglielmo andava il marchesato – in Italia, mentre il regno di Tessalonica lo ereditava il secondo figlio, Demetrio.

Il conte Blandras, nominato reggente voleva che la corona della Tessaglia andasse a Guglielmo, più debole di carattere, per renderla indipendente; l’imperatore, irritato lo assediava e lo faceva prigioniero; Blandras continuava nei suoi maneggi; l’imperatore gli chiese di essere ricevuto e Blandras aveva accettato, a condizione che fosse accompagnato solo da quaranta cavalieri; ma quando l’imperatore stava per entrare in città, vi entrava tutto l’esercito, e Blandras era preso e imprigionato.

Sulle richieste della regina, il figlio Demetrio era armato cavaliere e incoronato con solennità, il giorno dell’Epifania, con la reggenza affidata alla madre, che otteneva dal papa una dichiarata protezione per lei e per il figlio, e dall’imperatore il libero godimento dei beni che le erano stati donati dal marito, con l’aggiunta della nomina di un bailo che dividesse l’autorità  del regno con la regina.

Blandras continuava a tramare dal carcere contro l’imperatore; alla fine riusciva a fuggire e riparare nell’isola di Negroponte sotto la signoria di Ravanio Carcerio il quale ottenne che Blandras si ritirasse a vivere in Italia.

Il re Bulgaro Florislao faceva pace con l’imperatore, che nel frattempo era rimasto vedovo in quanto Agnese di Monferrato era morta di parto e Florislao, gli faceva sposare la figlia di  Giovannicio, che aveva trucidato il fratello Baldovino.

L’impero era simile a un mare, dopo una tempesta e vedeva spesso nelle province e nelle città cambiare i padroni.      

Alessio Angelo, fuggitivo, geloso dei successi del genero Lascari, volendo riconquistare il trono, si rivolgeva al nuovo sultano di Conia (Gaiatheddin), per aiutarlo a riprendere la corona; Lascari aveva le sue forze disseminate in Asia e disponeva solo di duemila Greci e ottocento disertori Francesi, ma non sapeva retrocedere di fronte al nemico. Con questa debole milizia valicava il monte Olimpo e dopo essersi impossessato di Filadelfia, presso Antiochia, sul Meandro, si trovava di fronte Alessio  seguito dal sultano e dal suo poderoso esercito.

Vista l’esiguità dei nemici, non gli davano peso; ma gli ottocento Francesi abituati alla impetuosità che aveva fatto la loro fortuna, piombavano all’improvviso sui Turchi e li sbaragliavano; ma erano stati circondati dalle altre forze accorse e volendo vendere cara la loro pelle, compivano prodigi di coraggio lasciando morti mucchi di musulmani.

Sul campo di battaglia rimaneva Lascari con trecento prodi; il sultano Gaiatheddin, sdegnato che un pugno di guerrieri affrontava ancora i suoi quindicimila soldati che li circondavano, si scagliava contro Lascari con un fendente tagliandogli l’elmo; Lascari si rialzava e tagliava le redini del cavallo del sultano, che cadeva da cavallo e Lascari gli tagliava la testa e messa sulla punta della lancia la mostrava ai soldati; di fronte a quell’orribile spettacolo i Turchi ne erano  spaventati, e assaltati dai Greci si davano alla fuga e Lascari entrava trionfante in Antiochia e  

preso Alessio, lo lasciava vivere, chiudendolo prigioniero in un monastero.

La Chiesa godeva nel territorio dell’impero, eccettuata la capitale, del quindicesimo di tutti gli acquisti dei beni immobili e la decima, dei prodotti campestri e degli animali; Enrico, dovendo far fronte alle pretese dei baroni e alle devastazioni che coprivano di rovine l’intero territorio, aveva fatto una  legge che proibiva di lasciare in donazione o eredità i feudi alle chiese e ciò per evitare gli effetti della mano morta, che non consentendo il trasferimento dei feudi, ne avrebbe risentito per difetto di braccia, il servizio militare prestato dai  vassalli all’imperatore.

I feudatari ne avevano approfittato e, non solo si erano appropriati dei beni della Chiesa, ma anche dell’oro e argento che in esse vi era accumulato;  il papa, sulle rimostranze dei prelati chiedeva la revoca dell’editto e la restituzione di ciò che era stato preso e in caso di rifiuto faceva tuonare i fulmini della scomunica, che già da allora non faceva più molta impressione; era, inoltre, seguita da parte dei vescovi, dalla disposizione della dichiarazione di nullità dell’editto, e che nessuno era tenuto a ubbidirvi.

La Santa sede aveva proposto una transazione accettata  dall’imperatore (Lebeu-Creviér non specifica il motivo della soddisfazione dell’imperatore, rimandando a Fleury); e Fleury chiarisce: “il papa aveva fatto riferimento alle costituzioni degli imperatori che permettevano a ogni qualità di persone, di donare i loro beni alle Chiese e ai luoghi pii”; e il papa, scriveva all’imperatore (1208) di non opporsi a queste donazioni; il papa scriveva anche ai Veneziani di Costantinopoli e al loro Podestà e al tesoriere di santa Sofia di procedere con le censure ecclesiastiche (all’editto) e per l’esecuzione delle restituzioni.

Due anni dopo il papa scriveva nuovamente all’imperatore (1210) lamentando che i signori non avevano ancora restituito tutti i beni di cui si erano appropriati; alcuni, proseguiva Fleury, avevano fatto peggio; il Greco Michele d’Epiro (per Fleury, Michelicio), che più propriamente era Michele Angelo-Comneno, bastardo di Giovanni Angelo il sebastocratore, dopo la presa di Costantinopoli, fingendo di favorire i Latini, si era  reso signore della Tessaglia e dell’antica Etolia, particolarmente di Durazzo e Lepanto. Aveva fatto giuramento all’imperatore Enrico e al fratello Eustachio, conte di Bologna, al quale aveva dato in matrimonio la sua primogenita, ma ciò nonostante aveva fatto guerra ai Latini, bruciando villaggi e facendo tagliar la testa a sacerdoti e allo stesso vescovo.

Michele voleva assicurarsi un successore e non aveva figli, se non uno naturale, ma si rivolse ai suoi tre fratellastri, figli del sebastocratore Teodoro, Costantino e Manuele e scelse il primo che si distingueva per genio e prontezza; egli era presso l’imperatore, c acconsentiva a malincuore, dopo aver prestato il giuramento di fedeltà.

Non molto tempo  dopo, Michele era assassinato nel suo letto, accanto alla moglie, da uno dei suoi familiari e Teodoro prendeva possesso dell’Epiro e dell’Etolia, alle quali aggiungeva altre conquiste, tra cui Durazzo e Albanopoli che erano feudi dell’impero.

Enrico per torgliele, si era avviato con l’esercito e si trovava a Tessalonica quando  moriva (1216) nel suo decimo anno di regno; la maggior parte degli storici aveva scritto che era morto avvelenato  dalla moglie, che portava nel suo cuore l’odio ispirato da suo padre Giovannicio; altri ritenevano fossero stati i Greci a non perdonargli di aver favorito le violenze del legato papale Pelagio (*); ma durante il suo regno aveva trattato i Greci con la stessa dolcezza degli altri sudditi e ancora maggiore di Baldovino e Monferrato, per cui per la causa di questa morte, si rimane nell’incertezza delle tante morti avvenute in quell’epoca. Enrico non lasciava figli, ma aveva una figlia naturale, moglie di Stlavo, principe di Melenico, parente di Aslan re dei Bulgari, piazzaforte che gli aveva  concesso Enrico, indipendente dall’impero.

Teodoro Lascari dal suo regno di Nicea non si lasciava sfuggire gli assalti ai Francesi dell’Anatolia; la vittoria  riportata ad Antiochia, contro ogni aspettativa,  lo aveva indebolito e la reciproca animosità faceva sì che i più deboli erano trattati in maniera disumana. Enrico con un consistente numero di soldati si era mosso contro, e superando l’Ellesponto si era impadronito di Pemarena  e prendeva Lenzianes dopo un assedio di quaranta giorni; dopo aver  tagliato il canale che portava l’acqua  alla città e appiccando il fuoco, erano morti il fratello di Lascari, Costantino, il comandante della guarnigione Dermocaito e Andronico Paleologo (che occorrerà ricordare come capostipite dei Paleologhi che troveremo nella fase finale dell’impero), che aveva per moglie una figlia di Lascari; Enrico, dopo aver nominato governatore il generale Giorgio Teofilopulo,  rientrava in Costantinopoli.

Lascari aveva chiesto la pace a Enrico, non avendo difficoltà ad ottenerla, ma rimanevano due imperi; quello di Enrico e quello di Lascari.

Lascari era stato preso dai soldati del nuovo sultano di Conia, Azzedin Kaikaus, figlio di Gaiatheddin, da lui ucciso, e dietro promessa di pagamento di un riscatto, otteneva la libertà ma, una volta ottenuta, non la onorava  (1214). 

Nicea dal punto di vista religioso era importante in quanto gli scismatici nominavano un loro patriarca; essendo morto Michele Autoriano (1212) era stato nominato Teodoro Irenico e morto anche lui (1215), era stato seguito da Massimo II, un monaco favorito dalle dame di Corte, che non riusciva a godere per molto, la corte delle dame e moriva anche lui, sostituito da Manuele Caritopulo detto il filosofo.

 

 

 

 

 

*) Il cardinale Pelagio era stato mandato dal papa come suo legato, per sedare le discordie religiose, con raccomandazione a  Enrico, ai vescovi e ai nobili di rendergli gli onori dovuti a un rappresentante della santa Sede; il legato era tanto entrato nella propria parte che al suo arrivo aveva fatto un ingresso maestoso, ma arrecando offesa ai Greci in quanto, si era presentato indossando un abito scarlatto (colore della porpora imperiale), e facendo indossare ai domestici abiti dello stesso colore, come lo erano perfino le bardature, gualdrappe e finimenti dei cavalli. Non solo. Ma nell’intento di mettere ordine in campo religioso, aveva imposto  il riconoscimento del papa come capo della chiesa universale, che doveva essere ricordato durante la messa, non solo, ma i monaci erano finiti imprigionati e preti caricati di catene e le chiese interdette e chiuse, ciò che aveva creato un ammutinamento da parte dei Greci; dovette intervenire l’imperatore che con il suo fare conciliante aveva fatto riaprire le chiese  e liberare le carceri.

 

 

 

AI TRE SUCCESSORI

DELL’IMPERATORE

DI COSTANTINOPOLI

SI AGGIUNGONO

GLI IMPERATORI

DI NICEA E DI EPIRO

 

 

 

P

er l’elezione del nuovo imperatore non vi erano particolari disposizioni da seguire e i baroni si regolarono sulla linea della ereditarietà, meglio familiarità, nel senso della nomina dell’imperatore all’interno della famiglia dell’imperatore deceduto.

Enrico, non aveva  lasciato discendenti, ed erano due coloro che rientravano in questo contesto familiare, Pietro di Courtenay, conte di Auxerre che aveva sposato la, sorella di Baldovino, Jolanda, che gli aveva dato i figli Filippo e Roberto, e parecchie figlie, una delle quali, col nome della madre, Jolanda, aveva sposato Andrea, re d’Ungheria;  il secondo della famiglia, verso il quale convergeva la maggioranza dei voti.

Andrea era un re possente, in grado di conservare e accrescere il proprio regno e l’aggiunta dell’Ungheria a Costantinopoli avrebbe raddoppiato le forze dell’impero; Andrea si stava preparando alla conquista della Terrasanta e avendo fatto un simile voto,  aveva chiesto consiglio al papa Onorio III, il quale aveva suggerito di seguire la pia impresa che gli avrebbe dato una più luminosa gloria della corona di Costantinopoli; Andrea era religioso e volle seguire il suggerimento del papa, per cui i baroni decisero di far convergere i loro voti su Pietro, che si trovava nelle sue terre in Francia.

Egli era figlio di Pietro di Francia (sesto figlio di Luigi VI), nipote del re Luigi il Grosso e cugino del regnate Filippo Augusto; la madre Isabella aveva portato in dote i  feudi di Courtenai e Montargis  e la moglie Agnese figlia di Guido di Nevers, aveva portato in dote le contee di Auxerre e Tonnerre, per questo era indicato come Pietro di Courtenay o Pietro di Auxerre.

Accolta la notizia portatagli dai messi, con un seguito di cinquemila cinqueecento tra fanti e cavalieri scelti, si avviava ai primi dell’anno (1217) per Costantinopoli, portando con sé la moglie e quattro figlie e lasciando i suoi due figli Filippo e Roberto; dopo aver fatto tappa dai Lambertini a Bologna,  giunse a  Roma nel mese di aprile  accolto dal papa, al quale chiedeva di voler ricevere l’incoronazione dalle sue mani.

Il papa Onorio III, in un primo momento gli faceva notare  che sarebbe stata (come in effetti era!) un’’ usurpazione nei confronti del patriarca, e avrebbe inoltre confermato le pretese degli imperatori greci sulla città di Roma e sull’impero d’Occidente. Ma alla fine il papa cedette alle pressioni e decise di incoronarlo al di fuori delle mura di Roma: e la cerimonia ebbe luogo nella chiesa di san Lorenzo fuori le mura; era presente Guglielmo di Monferrato al quale l’imperatore confermava l’investitura del regno di Tessalonica, tanto a suo nome, quanto come tutore del fratello minore Demetrio e alla madre imperatrice Margherita, concedeva il privilegio di non essere scomunicata da alcun vescovo, senza l’autorità della santa Sede.

Partì quindi da Roma, mandando avanti la moglie incinta e le figlie; quando giunse a Brindisi trovava ad attenderlo Giovanni Colonna che doveva accompagnarlo, come legato del papa, con la  flotta veneziana, fino a Durazzo, occupata da Teodoro d’Epiro, che l’imperatore aveva promesso di restituire ai veneziani. La città in effetti, era stata assediata ma senza esito e con perdite, per cui Pietro tolse  l’assedio e si diresse verso Costantinopoli, e durante questo frangente Pietro d’Epiro era assassinato (la sua morte rimaneva avvolta dal mistero e secondo Lebeu, era da ritenere che nel 1218 non fosse vivo e gli era succeduto Teodoro).

Secondo una delle versioni  di questa circostanza (Lebeu), Pietro, si era inoltrato tra le montagne dell’Albania i cui passi erano occupati dalle truppe di Teodoro che impedivano il passaggio e trucidavano  chi tentava di passare; e Pietro con i suoi era allo stremo della fame. Teodoro voleva distruggere i Francesi e  fece ricorso alla perfidia. Tramite il legato si convenne che il despota avrebbe concesso la sussistenza, a condizione che l’imperatore sarebbe passato con i suoi senza procurar danno; ma quando i Francesi stavano attraversando il territorio, furono attaccati all’improvviso e parte di essi erano stati massacrati, altri fatti prigionieri con l’imperatore, il legato e gli altri ufficiali.  

Questa cattività dell’imperatore costituiva un danno per i Francesi che rimanevano senza un capo: il papa aveva accolto con dolore la notizia e scriveva a Teodoro una lettera in cui, senza nominare l’imperatore, gli diceva che aveva commesso un attentato sacrilego, minacciando le vendette del cielo e della terra e nello stesso tempo chiedeva la liberazione, al re d’Ungheria e metteva in movimento il mondo cattolico per una crociata, con a capo Roberto di Courtenay, fratello dell’imperatore, il quale però era ucciso, ma non si seppe da chi e come gli fosse stata tolta la vita.

Teodoro si era reso conto che sarebbe stato più conveniente per lui mettersi sotto la protezione del papa fingendo di riconoscere la chiesa romana, e ottenuto ciò (1218), aveva liberato il legato e il papa aveva fermato i preparativi dei Veneziani e dei crociati;  il legato si era recato a Costantinopoli dove si occupava delle restituzione dei beni, di cui si erano appropriati i baroni; mentre il regno era stato seguito dalla imperatrice, nel poco tempo che era sopravvissuta (1219); Jolanda moriva dando alla luce un figlio al quale era stato dato il nome di Baldovino  e lasciava undici figli  dei quali quattro maschi e sette femmine.  

Il maggiore era Filippo di Namur, dal quale era stata mandata un’ambasceria, ma egli al vacillante trono dell’impero, aveva preferito tenersi la sua contea e la nomina la offriva al fratello minore Roberto che, con l’approvazione di Luigi VII, partiva per Costantinopoli sul finire dell’anno (1220).

Aveva fatto tappa in Germania e passato l’inverno in Ungheria, tra le feste che gli aveva organizzato il re Andrea; giunto a Costantinopoli, Roberto di Courtenay era incoronato il venticinque marzo (1221) e dopo l’incoronazione provvedeva a ratificare i provvedimenti nel frattempo presi dal reggente Conone di Betoune, che moriva poco dopo.

ll giovane imperatore si trovava con due nemici che cercavano di corrodere il territorio dell’impero; Teodoro d’Epiro succeduto a Pietro e Teodoro Lascari. Quest’ultimo, dopo aver sposato Anna, figlia dell’imperatore Alessio, aveva preso in moglie Filippa, figlia di Rupino, principe di Armenia, che ripudiava dopo aver avuto un figlio, Costante, sposando Maria, sorella del nuovo imperatore.

Lascari aveva velleità di conquiste e voleva far valere la sua parentela per avanzare pretese sull’impero; egli, era cognato dell’imperatore e voleva farselo genero, facendogli sposare la terza delle sue  tre figlie (*), in modo da avere come suocero qualche vantaggio per governarlo; ma, mentre seguiva questi progetti, a cinquant’anni era sorpreso dalla morte (1222).

Era stato un principe coraggioso e aveva regnato come imperatore per sedici anni e i primi due come despota; lasciava quattro fratelli, Alessio, Giovanni, Emanuele e Michele ma nella successione era anteposto Giovanni Ducas Vatatze.

Il trisavolo di Giovanni, Teodoro Vatatze (dal greco batatzes, misericordioso), aveva sposato una Ducas e secondo Du Cange, tutti i discendenti dall’imperatrice Irene avevano adottato questo cognome; Vatatze marito di Irene,  figlia prigmogenita di Teodoro, oltre che per le sue eminenti qualità, a un eroico valore, univa una consumata prudenza ed era contemporaneamente uomo di stato e di guerra e i Greci lo apprezzavano per i suoi talenti.

La sua incoronazione era stata accettata dai due fratelli minori di Teodoro, che rimanevano alla sua Corte, mentre i due fratelli maggiori Alessio e Giovanni ritenendolo a loro inferiore, si recavano dall’imperatore francese; essi avevano tentato di portar via Eudossia, promessa sposa a Roberto, ma Vatatze non glielo aveva permesso, trattenendo la principessa  e dandola in moglie a un signore francese, Ansaldo de Cahieu, che dopo la morte di Giovanni de Brienne sarà reggente dell’impero francese.

Teodoro d’Epiro approfittava della situazione riprendendo le ostilità con l’impero e con il regno di Tessalonica, che il giovane Demetrio, invece di difendere, lasciava, partendo per l’Italia per chiedere aiuti. Mentre il papa scriveva inutilmente all’imperatore Roberto e a Teodoro d’Epiro, questo, nell’assenza di Demetrio, occupava e si impadroniva della Tessalonica e poiché il metropolitano di Tessalonica si era rifiutato di incoronarlo, si faceva incoronare dall’arcivescovo di Acri, circondandosi di tutta la pompa imperiale.

Vatatze che riteneva di essere lui ad avere diritto al titolo imperiale, ma non era in grado di portare la guerra in Tessaglia, offriva a Teodoro la piena sovranità degli stati di cui si era impadronito, a condizione che rinunziasse al titolo imperiale, richiesta sdegnosamente respinta da Teodoro.

La conseguenza era che coloro che si fregiavano del titolo imperiale erano tre: Roberto di Costantinopoli, Vatatze di Nicea e Teodoro di Tessalonica; ma non erano i soli; a questi erano da aggiungere altri due: Alessio Comneno che regnava a Trebisonda e Michele Angelo regnava in Epiro e formavano due stati indipendenti, e di quest’ultimo se ne appropriavano i Paleologhi per mezzo di Michele, che lo terranno nella loro fase finale di regno.

Demetrio, spogliato del suo regno, si rivolgeva ancora al papa (1223) il quale pensava a una crociata e aveva scritto a tutti i regni invitandoli a unirsi  sotto le insegne del marchese di Monferrato e ristabilire Demetrio; conquista che  avrebbe reso più facile al marchese di Monferrato la conquista della Palestina. Il papa apriva i suoi forzieri per il marchese ed esortava il clero della Romania a contribuire all’impresa versando la metà delle loro rendite, che i due fratelli  avrebbero poi restituito alla fine dell’impresa e distribuiva quind,  benedizioni ai crociati e anatemi a Teodoro.

L’imperatore Roberto di Courtenay, era intimorito per le conquiste in Tessaglia di Vatatze e aveva mandato per contrastarlo Tierrry di Valincourt e Nicola di Mainvaut (1224) che cinsero d’assedio la città di Serres, mentre lui si preparava ad affrontare con il grosso dell’esercito, Vatatze, quando la morte rapiva i principali eroi francesi come Conone di Bethune, padre e figlio, e Pagano d’Orleans e Pietro di Bracheaux che non lasciavano eredi. Egli quindi mise alla testa dell’esercito i due fratelli che non avevano smesso di aizzarlo contro Vatatze.

Superato l’Ellesponto, Vatatze non si fece attendere, recandosi verso Pemanena dove i due eserciti si schierarono in battaglia e dopo uno scontro furioso i Francesi sbaragliavano i Greci che si stavano dando alla fuga quando Vatatze capovolgeva la situazione.

Con i suoi ufficiali riprendeva i fuggitivi e infondendo loro coraggio  aggrediva i Francesi e molti cavalieri tra i quali Macario di Saint-Menehoud, cadevano colpiti e l’esercito francese era interamente rotto; Vatatze non faceva alcuna concessione ai nemici e faceva sgozzare i prigionieri e cavare gli occhi ai due fratelli; la costernazione si era sparsa tra tutti i Francesi; quelli che assediavano Serres si ritiravano; Teodoro d’Epiro ne approfittava  e piombando su di loro faceva prigionieri Tierry de Valincourt e Nicola di Mainvaut.

Così Vatatze riprendeva tutte le piazze conquistate dall’imperatore Enrico in Asia, che erano senza soccorsi e la maggior parte sprovviste di truppe e di viveri; e si rendeva padrone di Pemanema, Lenzianes, della Troade e di tutto il litorale dell’Asia. L’inverno non lo fermava; possedeva una flotta e andò ad occupare Lesbo, il Chersoneso, i dintorni di Gallipoli, Madita e le spiagge della Propontide e tutti invocavano il vincitore per essere liberati dal giogo dei Latini e Vatatze affidava le sue truppe a Isete e a Giovanni Camize che marciarono verso Andrinopoli, dove gli abitanti li accoglievano con gioia,  mentre i Francesi erano scacciati.

 

 

 

 

*) Di nome Eudossia; le prime due erano Irene vedova di Andronico Paleologo, che in seconde nozze aveva sposato Giovanni Ducas Vatatze e Maria che aveva sposato Bela, figlio del re Andrea d’Ungheria.

 

 

 

 

ANTAGONISMO TRA

L’ IMPERATOE VATATZE

E TEODORO D’EPIRO

DEMETRIO PERDE

IL REGNO DI TESSAGLIA

COMPARE UN FALSO

BALDOVINO

 

 

 

T

eodoro  d’Epiro approfittando della situazione, aveva conquistato tutta la parte a occidente dell’Ebro e le città di Mosinopoli, Xantia, Graziana, Macra e Didimotica, ricostruita dalle rovine; si era diretto verso Andrinopoli dove aveva trovato le truppe di Vatatze già impossessatesi della città. Non ritenendo mettersi in guerra con Vatatze, Teodoro mandava in segreto suoi agenti, per convincere gli abitanti a darsi a lui che era più generoso di Vatatze e li avrebbe colmati di beni e di onori.

Così allettati, gli abitanti invitarono i due generali di Vatatze a uscire dalla città ed essi dovettero accettare, a causa della numerosa popolazione, a condizione che non subissero alcun danno;  il generale Isete, che era il più qualificato sarebbe uscito dalla porta opposta a quella dove si trovava Teodoro, per non doverlo salutare.

Ma, l’altro generale, Camize, non potette ottenere la stessa concessione e fu costretto a uscire e  sfilare con le sue truppe davanti a quelle  di Teodoro d’Epiro, pronte ad entrare in città. Camize compensò questa umiliazione con l’affronto che poté fare a Teodoro, passandogli davanti, senza smontare da cavallo e senza salutarlo; ciò che aveva punto sul vivo l’orgoglioso Teodoro che proruppe in ingiurie contro Camize, alzando il bastone per percuoterlo, senza andare oltre; quando Vatatze venne a sapere che Camize aveva sostenuto il suo onore e lo premiava con la carica di eteriarca,  comandante della guardia straniera.

Teodoro, padrone di Andrinopoli si era rivoltato contro i Francesi saccheggiando il paese fino alla città di Bizia, senza toccare la città, facendosi vedere alle porte di Costantinopoli; Roberto gli aveva mandato parecchi distaccamenti che non avevano potuto arrestarlo.

 Vatazte, che combatteva contro nemici esterni; all’interno aveva Andronico Nestongo, suo prossimo parente, che aveva deciso di togliergli la vita e la corona, e si era apprestato a una congiura, raccogliendo adesioni del fratello Isacco, di Sinadeno tarcariota, cognato di Flanulo eteriarca, Staseno, Macreno e molti altri che Vatatze aveva colmato di benefici. Varatze si trovava a Lampsaco dove si trovava la sua flotta bloccata dalla flotta francese e stava per avvenire lo scontro navale, quando fu scoperta la congiura, sospettandosi che i Francesi ne fossero al corrente. Vatatze per liberarsi, fece dar fuoco alle sue navi e abbandonando Lamspaco, si recava nella città detta Achirous; le indagini avevano chiarito gli estremi della congiura e i responsabili furono condannati a morte, ma Vatatze lasciò loro la vita;  a Isacco furono  cavati gli occhi e tagliato il pollice; anche a Macreno era stato tagliato il pollice per avere più volte sguainato la spada per ucciderlo (il taglio del pollice impediva di impugnare la spada); gli altri furono trattati con maggiore indulgenza puniti con la prigione limitata nel tempo. Camze fu rivestito della carica di eteriarca che aveva Flamulo; per Nestongo, capo della congiura, Vatatze aveva dato prova della sua clemenza, ricordando la loro stretta amicizia, lo relegava nella cittadella di Magnesia, dandogli la possibilità di fuggire in quanto aveva dato disposizione che gli fosse permesso di passeggiare liberamente. Nestongo non si astenne dal profittarne e se ne fuggì di notte, riparando presso i musulmani dove visse per tutto il resto della sua vita.

Ma l’imperatore da questo momento divenne più guardingo e vigilante per la sua sicurezza e tralasciando di dare libero accesso alla sua persona, come aveva fatto fino allora, prese delle guardie che vegliassero su di lui notte e giorno. Ma la sua più sicura guardia era l’imperatrice Irene, di animo virile che aveva gli occhi sempre aperti, non solo sull’interno del palazzo, ma su tutte le parti dell’impero;  sostenendo con dignità la grandezza imperiale, lei seguiva con cura l’attività dello sposo, disarmando i suoi nemici.

I Francesi, sensibili alle sue generose azioni, non volendo essere in guerra con un principe di cui avevano stima, ne ricercarono l’amicizia: gli cedettero la fortezza di Peges, per lungo tempo  disputata, con tutto il territorio circostante fino alla punta del golfo di Nicomedia, fino al Ponto Eusino; e questa pace fu mantenuta per tutto il resto del regno di Roberto e fino al quinto anno del suo successore.   

Dopo la battaglia di Pemanema, Roberto si era rivolto al papa, rifugio degli imperatori francesi,  per informarlo delle deplorevoli condizioni del suo Stato, chiedendogli un pronto soccorso (1225); il papa che da due anni stava formando una lega di tutti i principi cristiani per recuperare il regno di Tessaglia, moltiplicò i suoi sforzi.

Si rivolse alla regina Bianca, moglie di Luigi VIII di Francia, di grande autorità, chiedendo il suo intervento; mentre il marchese di Monferrato aveva raccolto un poderoso esercito per ristabilire il fratello e si disponeva a partire per la Tessaglia, quando era colto da lunga malattia e l’esercito si disperdeva. Era stato necessario raccogliere nuove leve per andare a Brindisi e passare in Grecia alla fine dell’anno; ma non essendo favorevole la stagione, si dovette attendere il mese di marzo dell’anno seguente.

La sua impresa non fu felice perché dopo aver raggiunto la Grecia e dopo che il suo esercito si era ingrossato con le truppe dei principi di Atene, di Acaja e di Negroponte, egli nel mese di settembre moriva lasciando l’esercito senza capo e il fratello senza speranza; Demetrio, privo delle necessarie capacità, abbandonava il regno e si ritirava in Italia, morendo a Melfi nel 1230 senza discendenza.  

In questo tempo, compariva un impostore di quelli che ogni tanto emergono nella società umana, facendo scalpore come fenomeni ingannevoli, che poi si dileguano lasciando il loro segno benefico negli spiriti creduli (v. in Specchio dell’Epoca Doktor Faust ecc.).

Nelle Fiandre molti dei signori che avevano seguito l’imperatore Baldovino, dispersi nella battaglia di Andrinopoli, erano tornati in Francia e preso l’abito francescano o di anacoreti, e vivevano errando. Si diceva che anche Baldovino avesse preso l’abito e vivesse nascosto nella selva di Glancon presso il borgo Mortain.

Un gentiluomo del vicinato, aveva incontrato un eremita che vagava con una bisaccia e fissando gli occhi su di lui notava che il personaggio era di nobile aspetto e ben fatto nella persona, e gli chiedeva a quale casato appartenesse;  ritenendo le sue semplici risposte, simulate,  e che il mendico fosse un signore, di quelli tornati dalla Grecia. Inutili erano state le proteste dell’altro dedito al romitaggio; la notizia si era sparsa nel paese e non si dubitava che egli fosse uno dei signori della crociata.

Si andava a visitarlo; si interrogava, si indicavano tutti i signori crociati  per vedere se nel sentirsi nominato potesse tradire il suo segreto ed egli rideva dell’ostinata curiosità; ma qualcuno gli diceva: Non saresti Baldovino stesso? La risposta era stata che non era né imperatore né conte, e che era un pover’uomo, figlio di un contadino, povero come lui. Ma si ostinavano a credere che fosse Baldovino;  si trovava una perfetta somiglianza, sebbene fosse di un piede più piccolo e parlasse malissimo il francese, che Baldovino parlava meglio di ogni altro. Ma l’età e il lungo soggiorno fra barbari gli avevano fatto dimenticare la lingua materna. Alcuni esponenti della nobiltà, cortigiani di Baldovino ed ora sudditi della figlia Giovanna, di cui erano scontenti, lo persuadevano ad assumere la figura di Baldovino: e sarebbe stato facile accreditare questa menzogna: che molti erano coloro che  desideravano che questa fosse la verità, e che non avrebbe potuto essere smentito, non avendo mai gli uni veduto Baldovino, e immaginandosi gli altri che una lunga serie di sventure dovesse averne alterato il volto”.

 Quello sciagurato finalmente si prestava alla impostura e gli venne insegnato tutto ciò che gli era necessario sapere, per rappresentare la sua parte. Finalmente appariva il giovedì santo e dichiarava, alla presenza di un gran popolo, che egli era  il conte Baldovino; “che disperato per la rotta, aveva rinunciato all’impero e si era determinato a travestirsi per sempre; ma che finalmente, non potendo reggere alle importunità, dei troppo fedeli suoi sudditi, gettava la maschera e ritornava ad essere se stesso nella sua patria”.

Era stato portato a Mortain; si piangeva d’allegrezza e di compassione e non si parlava d’altro a Turnai e Valenciennes; si accorreva da tutta la Fiandra e ciascuno offriva i propri servigi.

Il duca di Brabante era andato di persona a rendergli omaggio, come al suo signore. Gli era stata riservata un’entrata regale a Lilla, a Courtrai, Gand, Bruges e Valenciennes, che erano state prese d’amore per lui; era considerato un delitto di fellonia il non riconoscerlo.

Il giorno di pentecoste prendeva la corona, convocava gli stati generali, creava dieci cavalieri, pubblicava editti, suggellava grazie, impartiva feudi; insomma adempiva tutte le funzioni  del sovrano. Ma vi era anche molta agitazione in quanto i partigiani del finto conte, erano in aperta guerra con quelli della contessa Giovanna, conquistando città e castelli: la contessa era in grave pericolo e comprese che conveniva l’avvedutezza alla forza.

Giovanna si trovava a Quesnoi, dove Luigi VIII, informato della sua situazione, le aveva mandato come consiglieri Matteo di Montmorency, Michele de Harmes e Tommaso di Lamprenesse; Giovanna inviava deputati all’impostore, come a suo padre ritrovato e lo pregava volersi compiacere di recarsi a Quesnoi, per farsi riconoscere da lei e da tutta la Corte: che lei si sarebbe spogliata con gioia della sovranità per restituirla al padre.  L’impostore si guardò bene di sottoporsi a questo esame e col pretesto di temere il veleno, ricusava l’incontro. La gran parte della città si era sottomessa al nuovo conte e Giovanna si era vista sul punto di essere abbandonata da tutti. Un francescano di Valenciennes, che aveva servito sotto Baldovino si era recato a vistare la principessa, rassicurandola con i racconti su Baldovino, ai quali egli aveva personalmente assistito. Egli si era unito agli altri diciotto che avevano partecipato alla battaglia di Andrinopoli, si recano insieme a trovare il vescovo di Senlis, e insieme si recano dal re, al quale confermano con giuramento che Baldovino non esisteva più. Il re, che si trovava a Peronne, per smascherarlo, invitava il falso Baldovino per salutarlo e abbracciarlo; l’impostore, temendo che se avesse ricusato avrebbe sollevato sospetti, si recava a Peronne (29 giugno), accompagnato da numeroso corteggio di gentiluomini di Fiandra ed Hainaut.

Egli andava di norma, in lettiga alla greca, con lunga tunica e manto di porpora; la lettiga era preceduta da una croce, secondo l’uso degli imperatori bizantini; in tale equipaggio si presentava affettando un’aria di dignità, che non ingannò i più avveduti della Corte. Dopo i convenevoli, cominciò a lamentarsi delle figlie, snaturate, diceva, per sacrificare all’interesse  e all’ambizione un padre sventurato, che esse trattavano da impostore; che, quanto a lui, aveva deciso di vivere ignoto, ma la Provvidenza lo aveva smascherato, suo malgrado; che si pentiva di non essere rimasto tra le rocce del monte Emo, anziché ritornare in Fiandra, dove trovava nella sua famiglia cuori più barbari dei Bulgari e Valacchi.

Il re gli rispondeva con dolcezza che non doveva prendersela con le figlie, che erano dispostissime a riconoscerlo, se avesse potuto provare che lo fosse; e siccome l’impostore spacciava con baldanza la favola, che gli era stata suggerita, il re lo fece interrogare dal vescovi di Beauvais intorno a parecchie azioni di Baldovino, alle quali era stato convenientemente risposto. Ma il re gli fece tre domande, alle quali non solo Baldovino, ma tutti coloro che frequentavano la sua Corte avrebbero saputo rispondere.

La prima era il luogo dove era stato giurato il vassallaggio della contea di Fiandra a Filippo Augusto; la seconda da chi e dove fosse stato armato cavaliere; la terza, in quale città, dove e in qual giorno avesse sposato Maria di Champagne. Tutte queste cose erano state fatte in pubblico ma l’impostore non era preparato a rispondere. Egli chiese tempo fino all’indomani per richiamare alla memoria queste circostanze delle quali i lunghi travagli e le sue disgrazie avevano oscurato il ricordo. Non occorreva altro; ma gli fu concesso ugualmente il termine richiesto e l’impostore la notte, raccolto il denaro che aveva, si allontanò da Peronne e cambiatosi d’abito, prese la fuga per la Borgogna dove si nascose.

Il re offriva grandi ricompense per chi lo avesse scoperto, comminando la pena di morte per chi lo avesse nascosto. Fu lo stesso impostore a tradirsi: si era ritirato in un villaggio  detto di Rougemont e largheggiava nelle spese e il signore del luogo, Erardo di Chatenai, ne era venuto a conoscenza e aveva sospettato che fosse un ladro  o stregone e lo fece arrestare; stava per essere sottoposto a tortura per conoscere i suoi mezzi di sussistenza, ma prima di esservi sottoposto, confessava di essere Bertrand detto de la Raiz, dal luogo della sua nascita; che suo padre si chiamava Pietro Cordel ed era vassallo di Clairembaut de Capes; che era stato prima suonatore, poi commediante e alla fine eremita; che si era lasciato indurre da cattivi consigli a farsi creder Baldovino; Erardo lo fece condurre dal re, fornendogli le informazioni avute e il re lo aveva consegnato alla contessa. Fu portato in giro su un asino dove confessava pubblicamente la sua impostura, dopo di che fu impiccato  a Lilla.

Ma vi furono (come succede per tutti gli impostori, come evidenziato nel cit. art. ndr.) dalla credulità così pertinace, che non furono disingannati neanche dalle sue stesse confessioni e il suo supplizio per molti fu la prova della sua innocenza!

 Roberto di Courtenay, lasciato tranquillo da Vatatze (1227) pensava a riconquistare la Tessaglia, ma doveva fare i conti con Teodoro d’Epiro, il più potente dei tre imperatori e Roberto pensò di rivolgersi al re di Francia dal quale inviava il castellano d’Arras, del seguito di Baldovino, ottenendo la promessa che gli sarebbero stati mandati due, trecento cavalieri, mentre il papa gli permetteva di raccogliere fondi dalle chiese.

Non aveva moglie e  i suoi gusti voluttuosi lo spingevano verso amori illeciti; si era innamorato di una giovane francese, figlia di Baldovino di Neuville, cavaliere dell’Artois, che era morto e la sua vedova aveva promesso la figlia a un signore borgognone; ma la madre, abbagliata dallo splendore della porpora, la concedeva a Roberto che la prendeva in moglie.

Roberto per la sua vita sregolata non era amato dal popolo, ed era odiato dai sudditi; il borgognone al quale era stata sottratta la fanciulla sposata da Roberto, volle vendicarsi con una inaudita atrocità; con un gruppo di vassalli, forzate le porte del palazzo, prendevano la madre e la figlia; la madre la buttavano in mare e alla figlia tagliavano le labbra e il naso, abbandonandola grondante di sangue;  il principe al primo rumore era scomparso nelle più segrete stanze.

Una tale atrocità avrebbe potuto sollevare una rivolta, ma essendone stato causa lo stesso imperatore, si sorvolava sulla punizione (1228); e l’imperatore non ebbe il coraggio di vendicarsi,  avendo la maggior parte dei signori che lo sostenevano preso parte alla cospirazione.

Roberto prese la decisione di partire per l’Italia e recarsi dal nuovo  papa, Gregorio IX, il quale gli suggeriva di tornare a Costantinopoli e di condurre una campagna degna di un sovrano; ma al ritorno, nei pressi di Acaja, Roberto era colpito da una violenta malattia  che lo condusse alla morte; aveva regnato sette anni e non conoscendosi la data di nascita è da ritenere che non avesse raggiunto (1228) il trentesimo anno di età.           

 

 

SUCCESSIONE

DI BALDOVINO II

CON LA TUTELA DI

GIOVANNI DI BRIENNE

E DI TEODORO LASCARI

  

 

 

L

’imperatore Roberto di Courtenay, era stato un monarca senza merito e povero di spirito; la sua mancanza di coraggio aveva disperso i frutti raccolti dai suoi due predecessori e per riavviare l’impero sarebbe stato necessario un eroe che il cielo non aveva mandato; la corona cadeva sul capo di un fanciullo tra i dieci e gli undici anni, Baldovino II, nato a Costantinopoli dalla stessa madre Jolanda  e probabilmente, dopo la morte del padre, Pietro di Courtenay.

La situazione richiedeva un governatore che fosse in grado di far fronte alle due spine nel fianco dell’impero, da una  parte Giovanni Vatatze, e dall’altra, Teodoro d’Epiro; e nell’’impero di Costantinopoli non si trovava chi avesse avuto la tempera di Conone di Betthune, che si era distinto per saggezza e coraggio,  e non aveva fatto sorgere gelosie.

Per salvaguardare il giovane imperatore si era fatto ricorso al potente e bellicoso re dei Bulgari, Asan, al quale era stato proposto il matrimonio della figlia con Baldovino, proposta bene accolta da Asan, col quale si era concordato un trattato, che prevedeva la riconquista da parte di Asan, di tutti i territori che erano stati presi da Michele e Teodoro d’Epiro; ma non tutti i signori erano d’accordo, in quanto molti ritenevano la Bulgaria nemica dell’impero.

I voti dei signori contrari furono fatti convergere nei confronti di Giovanni di Brienne (1229), conte de la Marche, fratello di Gualtiero di Brienne che aveva partecipato alla quinta crociata; Giovanni aveva una figlia, Maria, erede di ciò che rimaneva del regno di Gerusalemme, che sarebbe stata sposata da Baldovino e nel frattempo Giovanni sarebbe stato nominato imperatore e avrebbe tenuto il trono per Baldovino.

Giovanni di Brienne era tornato a chiedere conforto al papa che lo accolse con tanto più onore  quanto più lo vedeva sventurato, mentre Baldovino era nelle Fiandre per mettere ordine ai suoi possedimenti, di cui si erano appropriati le sorelle o altri signori. Anche qui il papa era dovuto intervenire dando incarico ai vescovi di mettere ordine, con le minacce delle censure ecclesiastiche.

Il re Luigi VIII rimise Baldovino nel possesso di Courtenay e dei suoi beni; ma mentre la contessa di Fiandra sua cugina, gli restituiva  la Fiandra e l’Hainaut, trovava opposizione nella sorella Margherita, che aveva sposato il conte di Vianden. Dopo la morte del fratello Filippo, si era impossessata della contea di Namur, che godeva da undici anni e per non darla a Baldovino, ricusava di riconoscerlo come fratello. Fu necessario ricorrere alle armi; si addivenne a un arbitrato e fu chiamata la contessa di Fiandra come arbitra, che assegnando i beni a Baldovino, disponeva il versamento alla sorella di settemila lire per varie spese sostenute per guerra e per i castelli.

Mentre Baldovino era intento a recuperare queste sue proprietà, il papa Gregorio IX pubblicava la crociata, a cui aderivano molti signori (*) che si disponevano a partire per il giorno di san Giovanni, o almeno nel mese di marzo dell’anno seguente; e si attendeva la conferma di Giovanni di Brienne, quando giunse la notizia della sua morte (23 marzo 1237).

Più che l’avanzata età (di ottantanove anni) era stato portato nella tomba, dalle condizioni in cui versava Costantinopoli, circondata da nemici che facevano continue scorrerie fuori le mura e i cittadini non osavano uscire dalla città; coloro che la dovevano difendere scomparivano di notte e se ne fuggivano per terra e per mare. La sua migliore qualità era stata la dolcezza, tanto più stimabile nei guerrieri, quanto possa essere in loro più rara, con cui aveva trattato i Greci, dai quali era stato ricambiato con l’affetto (Lebeau).

Suo padre Erardo, conte di Brienne, nell’infanzia lo aveva avviato alla vita ecclesiastica, ma il fanciullo non sentendosi portato per quella vita,  era scappato e si era recato presso l’abazia di Chiaravalle da uno zio, Simone de Broies. signore di Chateauvilai, che prendendolo con se, gli impartiva un’educazione militare, facendolo cavaliere; poiché il padre lo aveva abbandonato, egli aveva trovato per suo conto i mezzi per sostenersi.

Alla morte  di Amauri di Gerusalemme, i baroni della Palestina , conoscendo il suo valore e le sue virtù, gli mandarono deputati per offrirgli la corona e una moglie, Maria, figlia di Corrado di Monferrato e della regina Isabella. Accettate l’una e l’altra, aveva avuto una figlia Jolanda, data in moglie all’imperatore Federico II; aveva settantaquattro anni quando  gli moriva la moglie Maria e trovandosi in Spagna per chiedere soccorsi, sposava in seconde nozze Berengera, figlia del re Alfonso di Castiglia, da cui aveva avuto tre figli e una figlia, che fu moglie dell’imperatore Baldovino.

Durante la sua assenza da Gerusalemme, Federico II suo genero, gli aveva usurpato il titolo di re di Gerusalemme e lui era rimasto in Europa e aveva assunto il comando delle armate che il   papa Gregorio IX manteneva a Napoli, contro Federico II che, proprio in quel periodo era stato scomunicato, mentre Giovanni era chiamato a Costantinopoli per assumere la tutela di Baldovino, come abbiamo visto.

Giovanni Vatatze aveva dato a suo  figlio primogenito il nome di Teodoro Lascaris, suo avo materno, essendo di più illustre origine; Teodoro aveva trentatre anni  e Vatatze lo aveva associato al trono, e alla sua morte Teodoro fu sollevato dai suoi cortigiani, come si usava fare, e fu proclamato imperatore (1255). Egli si avviava verso Nicea per farsi incoronare solennemente; poiché mancava il patriarca, che doveva eseguire la cerimonia di incoronazione, dal monastero di Apolonniade fu prescelto un laico di nome Arsenio, uomo virtuoso, ma rozzo e ignorante il quale fu  fatto diacono e nominato patriarca per poter eseguire la cerimonia nel giorno di Natale.

Un’eclissi quasi totale si era verificata il trenta dicembre, preannunziava, come si riteneva, disgrazie; poiché non avvenne nulla di particolare, la popolazione se ne ricordò quattro anni dopo, quando alla morte di Lascari, avrebbe attribuito la sua morte alla eclissi.

Michele, re di Bulgaria, sebbene avesse sposato Elena, sorella di Lascari, bramava riprendere il territorio che Vatatze aveva preso ai Bulgari, e Lascari aveva pensato di mettere assieme delle truppe e mettersi a capo per acquistare la loro fiducia e poter quindi difendere dal nemico i propri territori. Questa idea, sebbene contrastata dai suoi due zii materni, Emmanuele e Michele Lascari, era condivisa dal suo maggiordomo e confidente Giorgio Muzalone, che riteneva che l’imperatore, mostrandosi alla testa delle sue truppe fin dall’inizio del regno, avrebbe  impresso fiducia nelle sue truppe e terrore nei suoi nemici.

Con questi presupposti l’imperatore lasciando il governo nelle mani di Muzalone, partiva con poche truppe recandosi ad Andrinopoli, per poi affrontare il re bulgaro. il quale si trovava sulle sponde dell’Ebro. L’avanguardia dell’armata greca, si imbatteva con quella bulgara e si avventava contro di essa, agevolata dalla natura boschiva, in cui si combatteva, con gli alberi che intralciavano e danneggiavano cavalli e cavalieri, sfregiandone le facce; e i bulgari erano costretti a ritirarsi. La mattina seguente l’imperatore si recava al campo bulgaro e non trovandoli marciva fino a Berea di Tracia di cui si impadroniva; mentre proseguiva per impadronirsi delle piazze del monte Emo, sopraggiungeva una bufera di neve che gli impediva di andare oltre e dopo aver passato sei giorni in Berea, devastando i dintorni, faceva ritorno ad Andrinopoli.

I Bulgari erano padroni  pressappoco di tutta la Macedonia fino alla città di Acride, fin dove erano arrivati i generali mandati da Lascari  che si erano impadroniti della maggior parte di quelle piazze; i Bulgari al solo rumore della loro marcia, si davano alla fuga; Lascari espugnava con facilità i forti del monte Rodope da dove marciò verso Zipena piazza importante fortificata; questa era la chiave della Tracia; giaceva su terreno montuoso, dove si univano i monti Rodope ed Emo, che in quel punto non lasciavano che un passaggio del fiume Ebro, tutto angusto, e vicino elle sorgenti.

Una armata di Bulgari aveva chiuso quel passo con una forte palafitta, difesa da un forte distaccamento; ma i generali bulgari avevano trascurato di occupare le parti alte ricoperte di boschi,  che circondavano il posto; Lascari lo faceva occupare dai suoi soldati, in modo che nascosti dal bosco, lanciavano nugoli di frecce sui bulgari e nello stesso tempo tagliavano e atterravano la palafitta. I Bulgari si davano alla fuga impedita dal terreno paludoso e pietroso  e pieno di rupi e dalla oscurità della notte scampò solo un piccolo numero malmessi e pressocché senza vita;  Dragota era stato calpestato dai cavalli e spirò dopo tre giorni; l’imperatore entrò a Melenica di notte acclamato dagli abitanti.

Mentre Lascari limitava la sua attività alla guerra, Muzalone, nominato protosebaste,  si occupava del governo in maniera piuttosto imperiosa; Giorgio Muzalone sin da fanciullo aveva  condiviso il piacere di condividere con altri fanciulli i giochi, con il giovane padrone e aveva saputo così bene acconciarsi al suo carattere con l’amicizia che si era instaurata, che quando Lascari salì  al trono, Muzalone divenne il depositario di tutti i disegni, l’unico ministro di tutti gli affari  che trattava con destrezza; e rendeva al suo padrone un importante servigio: quello di  attirare su di sé per il male che egli faceva, l’odio del pubblico; Muzalone aveva allontanato dalla Corte  personaggi illustri e anche gli stessi parenti dell’imperatore, ne fece mutilare alcuni, altri li esiliò e la sua alterigia  procurava altrettanti amici e partigiani a Michele Paleologo che aveva così aumentato la sua popolarità.

 

 

 

*) Pietro di Dreux, conte di Bretagna; Ugo IV duca di Borgogna; Enrico II conte di Bar; Raul di Nesle, conte di Soissons; Giovanni conte di Macon; Giovanni , conte di Forets e Nevers; Riccardo di Chaumont, Ansaldo di Nelsle; Imberto di Beaujeu ed altri.

 

 

 

MICHELE PALEOLOGO

INIZIA IL SUO CAMMINO

PER IMPADRONIRSI

DEL TRONO IMPERIALE

 

 

 

M

ichele Paleologo, prode, potente, abile governatore della  Bitinia, stimato dai grandi, amato dai soldati, adorato dal popolo, si era distinto per aver fronteggiato i Tartari  che avevano invaso le frontiere  (1258).

Quando Lascari aveva avuto un accesso di epilessia. i cortigiani lo avevano convinto che il male fosse effetto di maleficio e avevano accusato Paleologo, il quale, arrestato e incatenato, era stato portato alla presenza dell’imperatore;  ma aveva saputo così ben difendersi, con accortezza, coraggio ed eloquenza, che Lascari abbracciandolo gli aveva detto: Sei libero; se sei innocente ti faccio giustizia; se colpevole ti perdono (1259); due giorni dopo Lascari moriva.

Lasciava due figlie sposate, una a Matteo di Valincourt e l’altra al conte Guglielmo di Ventimiglia e  un figlio minore, Giovanni, affidando la sua tutela e la reggenza dell’impero a Giorgio Muzalone e al patriarca Arsenio.

Quando stava morendo, aveva fatto chiamare Michele Paleologo - che temeva più che amare - e gli raccomandava di vigilare sulla protezione del figlio Giovanni, facendoglielo giurare (Segur in proposito, commentava): “Mai giuramento non fu più crudelmente violato”, in riferimento alla sua spregevole infamia nei confronti del pupillo, quando si approprierà dell’impero, come vedremo.

Una rivolta di popolo aveva trucidato Muzalone e i suoi fratelli e sfogata la rabbia si doveva decidere chi dovesse prendere le redini del regno e tra i tanti illustri personaggi come i Lascari, Comneni, Cantacuzeni, Ducas, Angeli, i suffragi li raccoglieva Michele Paleologo, la cui famiglia si era elevata agli alti gradi fin dai tempi di Romano Diogeme.

Furbo quanto ardito, quando per la minorità di Giovanni Lascari gli era stata offerta la reggenza, aveva detto di non poterla accettare, se non con il consenso del patriarca Arsenio, che si era opposto alla sua elezione; ma la reggenza gli era stata ugualmente concessa,  con il titolo di gran duca.

Con la carica, aveva la disponibilità dell’erario, ciò che gli permetteva di moltiplicare le sue amicizie e ne era ricambiato con la proposta avanzata in suo favore, di nomina a despota, che accettava (1259); con il raggiungimento di questo secondo gradino del trono, cadeva ogni sua remora e mandava in esilio i Lascari, e investiva il fratello della carica di gran familiare; nominava, inoltre tutti i suoi parenti alle prime cariche dell’impero, mentre ai sudditi prometteva le riforme che, come  sempre avviene in tutte le latitudini, non arrivano mai; egli provvedeva comunque ad abolire i giudizi di Dio, che avevano luogo con i combattimenti e la prova del ferro rovente, di cui si faceva uso (particolarmente in Occidente) nei procedimenti giudiziari.

Poiché nell’esercito si distingueva Giovanni Lascari, i soldati lo avevano sollevato sullo scudo, nominandolo Augusto (1260) e il patriarca lo incoronava nella chiesa di Nicea; ma Lascari rimaneva imperatore solo di nome in quanto non aveva ricevuto il diadema; il popolo mormorava e Paleologo,  per distrarlo, gli offriva spettacoli di giochi e tornei al circo.  Baldovino gli aveva mandato un’ambasceria con la quale si dichiarava disposto a riconoscerlo imperatore, a condizione di cedergli qualche città e qualche provincia, ma Paleologo si era limitato a risposte sarcastiche, dicendo per una, che non poteva cederla perché vi era nato, o un’altra perché aveva esercitato il suo primo governo o un’altra perché si era divertito andando a caccia e così via. E gli ambasciatori, di rimando: Alla fine cosa darete? Nessuna aveva risposto Paleologo; se volete la pace dovete pagare un tributo pari alle rendite delle dogane di Costantinopoli, senza le quali avrete la guerra, come vi ho dimostrato di fare.

Terminata l’ambasciata, mandava l’esercito in Epiro dove si trovavano rinforzi del principe d’Acaia e altri mandati dal re di Sicilia e dopo una battaglia apparsa inizialmente incerta, l’esercito di Paleologo faceva prigioniero il principe d’Acaia e la Tessaglia gli si sottometteva. Ma gli epiroti si vendicarono l’anno seguente, facendo prigioniero il generale Alceste Strategopulo, al quale Paleologo aveva dato il titolo di Cesare, e per ottenere la pace era stato concordato uno scambio di prigionieri con Strategopulo in cambio del principe di Acaia, e con il despota d’Epiro era firmata la pace (1260).    

Libero da ogni parte, Paleologo aveva da conquistare la sola capitale, Costantinopoli, dove Baldovino pur avendo disponibilità di soldati, non aveva danaro per pagarli  e aveva dovuto  far ricorso alla fusione del piombo, argento e oro delle chiese e dei palazzi e chiedere aiuto ai Veneziani, dando in pegno il proprio figlio.  

Paleologo si era messo in cammino, attraversando l’Ellesponto e rendendosi padrone della Solimbria, raggiungendo i dintorni di Costantinopoli, ricevuto in trionfo dagli abitanti;  aveva dato un primo assalto a Galata, difesa valorosamente dagli abitanti e stava per passare a un secondo assalto, quando gli era giunta la notizia dell’invasione dei Tartari, che lo costringeva a ritornare in Asia.

Paleologo aveva mandato Strategopulo in Tracia con ottocento cavalieri, ad osservare il movimento dei Bulgari, dove i Greci che bramavano di essere liberati, si erano uniti a lui; gli era stato riferito che Baldovino (probabilmente accecato dalle condizioni in cui si trovava) aveva mandato le sue milizie ad assediare Dafnusio, sulle rive del Ponte Eusino, a quaranta leghe dalla capitale.

Strategopulo, sebbene avesse avuto ordini di non intraprendere azioni di alcun genere, ispirato dalla notizia dell’assedio di Dafnusio e nutrendo la speranza di immortalarsi con una grande azione, celando accuratamente le sue mosse e nascondendo nei boschi la fanteria, si era avvicinato con pochi cavalieri a Costantinopoli; avendo tra i suoi esploratori un vecchio greco, gli aveva chiesto come si potesse uscire dalla città con le porte chiuse;  questo gli aveva risposto di averlo fatto attraverso un sotterraneo segreto che gli serviva di comunicazione tra la sua casa e i campi.

Il Cesare si faceva portare immediatamente sul posto e attraverso il sotterraneo faceva penetrare i suoi soldati che investivano le mura; i Latini quando si trovarono i nemici  armati nella città, furono presi da spavento; le grida: Vivano gli imperatori Michele e Giovanni echeggiavano da ogni parte e raddoppiavano il terrore. Gli abitanti Greci che vivevano in città, rispondevano a loro volta con grido Libertà; si sollevano, si armano in folla e una lunga oppressione dà sfogo allo scoppio della vendetta; piombano da ogni parte sui Latini che sono sbaragliati e messi in fuga; Baldovino, senza opporre alcuna resistenza s’imbarcava, abbandonando per sempre la capitale e il trono.  

Eppure Baldovino, sebbene avesse perso il trono, avrebbe potuto salvare l’impero; stavano infatti rientrando nel porto le navi da Dafnusio e le milizie, sbarcate si preparavano al combattimento; ma il generale greco aveva dato fuoco alle case dei Latini, poste lungo il mare; i Francesi, scoraggiati per la partenza del monarca, dall’incendio che si sviluppava e dalle grida dei greci, per le imprecazioni del popolo, risalivano sulle navi e partivano per l’Europa a portare la notizia della fine dell’impero.

 

 

 

 

 

FINE